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Condannati dall'eta'

La Stampa 07/08/10

Che effetto avrà il rallentamento demografico sul futuro dell’Europa? Numerosi centri di ricerca se lo chiedono da tempo, visto che il tasso di natalità continua a scendere in molti Paesi e che con la crisi anche i flussi migratori sono diminuiti e non sembrano più sufficienti a invertire il trend. Il timore principale, soprattutto per i politici, è che un’entità come l’Europa, che conta appena mezzo miliardo di persone, scompaia in termini di influenza globale di fronte a giganti come la Cina o l’India che hanno alle spalle popolazioni che superano, ciascuno, il miliardo di persone.



La popolosità ha certo una sua rilevanza: un presidente che rappresenti un miliardo di persone ha un peso diverso rispetto ad uno che ne rappresenti solo una piccola parte, anche perché popolazioni numerose alimentano mercati e consumi, attraggono investimenti etc. Ma è evidente che il numero di cittadini, da solo, non basta a fare una potenza né politica né economica. Non è solo una questione quantitativa, ma anche qualitativa, che riguarda la struttura demografica, così come la struttura economica e sociale di un Paese. Da questo punto di vista non è il mero calo demografico a dover preoccupare, ma l’invecchiamento progressivo della popolazione. La grande potenza dell’India non sta solo nel miliardo e centottanta milioni di persone, ma nel fatto che il 50% di questa popolazione ha meno di 25 anni, e il 65% meno di 35. In Cina l'età mediana è 34 anni. Per fare un confronto, l’età mediana in Italia è 43 anni, in Germania 44, e in Francia, uno dei Paesi più «giovani» d'Europa, 40.

L’invecchiamento della popolazione europea non ha soltanto, come spesso e giustamente si ricorda, conseguenze gravose sul sistema pensionistico e di spesa sociale. Ma ha effetti rilevanti anche sul fronte della produttività, della capacità innovativa e di produzione di un Paese. Su tutti questi aspetti si riflette troppo poco. Si pensa sempre a cosa significhi avere tanti vecchi, ma cosa significa, per contro, avere pochi giovani? Una popolazione più giovane significa innanzitutto avere una forza lavoro attiva, con istruzione e competenze fresche, recenti. Un giovane di 25 anni avrà un titolo di studio fresco alle spalle, saprà usare tutte le nuove tecnologie, mentre una persona di 45 o 50 anni avrà, nel migliore dei casi, una laurea vecchia più di vent’anni, probabilmente presa battendo la tesi su una Olivetti. Un giovane sotto i trent’anni tipicamente lavora più ore e con stipendi non ancora gonfiati da anni di anzianità e carriera. Vale a dire: produce di più e a costi inferiori, ha più voglia di affermarsi, di imparare, e in generale aiuta il sistema a muoversi più velocemente, a produrre ed innovare a ritmi più elevati e costi più contenuti. E questo è tanto più vero nelle economie più dinamiche, in cui gli «investimenti» in istruzione e lavoro premiano di più. Tornando al caso dell’India, per esempio, non solo la sua popolazione è per la maggior parte giovanissima, ma queste nuove generazioni hanno livelli di istruzione relativamente elevati, il 100% parla fluentemente inglese, e molti di loro sono laureati, professionisti e ingegneri di prima generazione, che non hanno alle spalle esperienze e patrimoni di supporto; hanno tutto da costruire, tutto da guadagnare. In altre parole: hanno sete di crescere, di affermarsi, di mettersi in gioco. In un’Europa in cui la classe media è esplosa ormai decenni fa, ed in cui le famiglie producono sempre più figli unici, la nuove generazioni tendono ad avere spalle più coperte rispetto ai loro colleghi cinesi ed indiani e meno incentivi a mettersi in gioco. Tanto più che i giovani europei si trovano di fronte ad economie che crescono assai più lentamente ed in cui le prospettive di riscatto e crescita economica e sociale sono, in termini relativi, assai modeste. Sono questi gli aspetti su cui l’Europa dovrebbe riflettere.

Sono la presenza, l’energia e le opportunità di crescita delle nuove generazioni a fare davvero la differenza sul futuro e l’influenza globale di un Paese, perché i giovani non solo danno un contributo chiave alle innovazioni tecnologiche ma anche ad un maggior dinamismo culturale. D’altronde i grandi trend globali, le nuove frontiere dell’arte, della scienza e anche della cultura di massa hanno più probabilità di venire da giovani artisti ribelli, scienziati emergenti e più in generale da nuove generazioni desiderose di crescere che non da ormai affermati cinquantenni e sessantenni.

La questione demografica in Europa è certamente un problema da affrontare senza ulteriori ritardi, ma prima ancora di pensare a come aumentare il numero assoluto di cittadini europei, nella speranza un po’ ingenua che aumentando il peso demografico si possa mantenere il peso politico globale, l’Europa dovrebbe concentrarsi sulla creazione di una realtà economica e sociale più fluida, dinamica e attrattiva per i giovani di tutto il mondo, con meno burocrazie e meno patrimoni e più stimoli per le attività produttive, per l’innovazione e l’imprenditorialità. Insomma, cercare di fare del Vecchio Continente un Paese per giovani, che generi quell’influenza sociale e culturale che è condizione necessaria per una vera influenza globale.

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Pubblicato il 7/8/2010 alle 12.24 nella rubrica articles.

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