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Intervista a ''Repubblica'' sui centri commerciali

Repubblica, 11/11/09

Irene Tinagli, l´economista toscana che insegna a Madrid, boccia lo sviluppo basato sui centri commerciali "Un modello ormai superato roba da America anni ´50"



 
Inseguire i consumi di massa non era una via obbligata: specie in una terra così ricca di risorse

«Questo modello di sviluppo dei centri commerciali andava di moda negli Usa negli anni Cinquanta, in un´America dove non esistevano le risorse che abbiamo in Toscana». Una bocciatura senza appello, quella di Irene Tinagli, l´economista 34enne nata e cresciuta a Empoli, adesso docente di economia all´università Carlos III di Madrid. Eletta nella prima direzione del Pd nazionale e uscita subito dopo nel novembre 2008.
Tinagli, i centri commerciali sono un destino prestabilito?
«Mi colpisce che una regione come la Toscana, con i centri storici, le bellezze e i paesaggi che ha, abbia inseguito un modello caotico basato sui consumi di massa. Non era una via obbligata: in America questo modello è entrato in stallo prima della crisi».
Oggi tutto è più difficile in una regione in declino economico.
«E´ mancata una visione: la fine dell´era industriale è stata interpretata come una spinta ad investire sul consumo. Non dimentichiamo però che anche Ikea e H&M, hanno alle spalle una produzione tradizionale. L´industria non è morta, si è evoluta, è cambiato il modello di competizione e la Toscana non ha investito su questi processi. Vuole un esempio?».
Lo faccia.
«La Pramac di Colle Valdelsa, impresa del fotovoltaico, ha finito per investire in Svizzera, mica in India. Significa che c´è un territorio senza infrastrutture, con una burocrazia altissima, senza servizi di qualità. E così si creano 500 posti di lavoro per commesse e si perdono i posti da ingegneri».
E cosa si dovrebbe fare al posto dei centri commerciali?
«Sostenere le imprese innovative con servizi di qualità. Oggi ci sono imprese che soffrono perché non sono riuscite a cambiare: anziché aiutate queste dovrebbero essere messe fuori mercato. Le imprese da aiutare sono quelle che hanno investito. E poi riqualificare le città, renderle più attrattive e vivibili».

Pubblicato il 11/11/2009 alle 19.57 nella rubrica press.

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