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La Spagna sta meglio o peggio di noi?

Brutta settimana per il governo spagnolo. Prima la notizia del tasso di disoccupazione sopra il 20%. Poi il declassamento del rating da parte di Standard & Poor’s.



Ma se i giornali internazionali hanno dato più spazio al declassamento, è il dato sulla disoccupazione che ora preoccupa di più gli spagnoli e lo stesso governo. Perché contraddice quello che Zapatero ha sempre detto nei mesi scorsi e su cui ha sempre contato: ovvero che la crisi fosse in fase finale e che con il 2010 le cose sarebbero migliorate. Invece la disoccupazione non si ferma e molti economisti prevedono che resterà su questi livelli anche per tutto l’anno prossimo.

Il problema spagnolo è duplice: da un lato è legato alla struttura produttiva del paese, ancora incentrata su settori tradizionali e a basso contenuto di conoscenza e innovazione, dall’altro è legato al mercato del lavoro. Un mercato molto volatile e soprattutto spaccato in due: una folta schiera di lavoratori «consolidati» e ben protetti da una parte, e centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, assunte con contratti a termine e senza alcuna protezione dall’altra. I contratti a termine in Spagna hanno avuto una diffusione enorme, toccando picchi del 30% di tutta l’occupazione spagnola. Sono contratti che per certi versi hanno aiutato il boom economico degli anni scorsi, ma questi posti di lavoro così facili e veloci da creare sono stati anche facili e veloci da distruggere appena l’economia, e soprattutto il settore delle costruzioni che di questi contratti ha fatto ampio uso, sono andati in crisi. Non potendo scaricare le conseguenze del rallentamento economico né sulle forze lavoro più vecchie (solidamente protette dai sindacati) né su un riaggiustamento dei salari (fermamente ancorati a contrattazioni collettive che ogni anno rinegoziano aumenti indifferenziati per tutte le aziende di ciascun settore), tutta la crisi si è scaricata su questi lavoratori meno protetti entrati nel mercato del lavoro in anni più recenti.

Non è necessario un esperto per notare le similitudini con la situazione italiana. L’unica vera (e non irrilevante) differenza sta nel fatto che in Spagna l’emergenza occupazione e la riforma del mercato del lavoro sono ormai quasi quotidianamente oggetto di dibattito pubblico, sia nel governo e nel parlamento che sui giornali, nelle università e nella società civile. Un gruppo di economisti spagnoli ha redatto un documento con alcune proposte per ristrutturare il mercato del lavoro senza ingessarlo, aumentando le protezioni per le fasce attualmente «scoperte» (con un «contratto unico» simile a quello proposto in Italia dagli economisti Boeri e Garibaldi), ma allo stesso tempo rendendo le condizioni di licenziamento meno proibitive e le contrattazioni collettive più flessibili. Una proposta che ha raccolto oltre cento adesioni tra economisti di tutta la penisola iberica (viene infatti chiamato «la proposta dei cento») e che vede un forte sponsor nella Banca di Spagna e nel Fondo Monetario Internazionale.

Un altro gruppo di economisti sta seguendo un disegno di legge sulla ristrutturazione della struttura produttiva del paese, cercando di supportare alcuni deputati nell’identificazione di misure appropriate sul fronte innovazione e formazione. E un paio di settimane fa il governo ha reso nota un bozza di riforma del lavoro che, pur con alcuni aspetti discutibili, cerca di riprendere alcuni dei punti più rilevanti delle proposte circolate in questi mesi. Insomma, il dibattito nella società e nella politica spagnola è vivo. Se poi riuscirà a produrre anche riforme forti e incisive è un altro discorso. In fondo l’anno prossimo la Spagna sarà già in clima elettorale. E noi meglio di chiunque altro sappiamo cosa ciò significhi in termini di decisionismo e coraggio. Ma intanto le forze politiche, economiche e sociali stanno dando qualche segnale di attenzione e di impegno.

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Pubblicato il 30/4/2010 alle 3.12 nella rubrica articles.

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