<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" ?>
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom">
	<title>irenetinagli</title>
	<subtitle type="html">
		
	</subtitle>

	<link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it"/>

  <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it</id>
  <generator uri="http://www.ilcannocchiale.it/" version="1.0">Glamware 2.0</generator>
  <author>
    <name></name>
    <uri>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it</uri>
  </author>
  <updated>2012-02-01T11:36:45Z</updated>

    
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Se non ora quando?]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 1 Febbraio 2012<div><br></div><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ormai non fa più nemmeno notizia: la disoccupazione giovanile in Italia non accenna a scendere. Anzi, su base annua, continua a salire. Secondo i dati resi noti ieri dall’Istat è al 31%. Fin dove dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito?</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Forse qualcuno dovrebbe ricordare a politici, sindacalisti e amministratori di vario livello e colore che continuare ad ignorare il problema, ricordandosene&nbsp;</span><font face="Georgia, Rekha" size="2"><span style="line-height: 20px; text-align: -webkit-auto;">solo</span></font><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">&nbsp;per qualche slogan nei comizi, non farà cambiare direzione a questo trend. Ma soprattutto qualcuno dovrebbe ricordare loro che questo andamento ci porterà dritti dritti verso una situazione di gravissima insostenibilità sociale ed economica. Non si tratta solo dei giovani, ma di tutti noi. Per capirsi: dire che stiamo mangiando il futuro dei giovani è una sciocchezza. Perché in realtà stiamo mangiando quello di tutta la nazione, incluso quello di tante signore e signori che oggi guardano con compassione e commiserazione questi «poveri ragazzi». Perché tra dieci-quindici anni avremo qualche milione di adulti con scarsi stipendi, poca e probabilmente cattiva esperienza lavorativa, e quasi zero contributi cumulati. E avremo, di conseguenza, un Paese che non riuscirà a sostenere né crescita né spese sociali, perché avrà una forza lavoro che non sarà in grado, suo malgrado, di contribuire sufficientemente alla produttività, alle entrate e alla crescita. E che, anzi, avrà probabilmente bisogno di assistenza sociale. Continuare a dire che stiamo danneggiando il loro futuro, quindi, è miope e fuorviante. È come guardare un orto che avvizzisce e pensare «povere piantine», scordandoci che senza quelle piantine resteremo presto tutti senza mangiare.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">È stupefacente come nessuno sembri rendersi conto della bomba che stiamo confezionando e su cui siamo seduti. E come molti ancora pensino che semplicemente mantenendo le tutele dei padri possiamo tutelare sia i padri che i figli, senza rendersi conto che così facendo rimandiamo solo il momento in cui entrambi salteranno con le gambe all’aria. E i primi assaggi li avremo presto, quando migliaia di lavoratori da anni in cassa integrazione resteranno scoperti. Perché la cassa integrazione straordinaria, lo sappiamo bene, non ha fatto che finanziare una lenta agonia, ma non ha reso né le aziende né i lavoratori più forti e competitivi sul mercato. E anche quella bomba, presto, esploderà.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Domani inizia il tavolo tra ministro del Welfare e parti sociali. I segnali «preparatori» di questi giorni non sono molto incoraggianti, con le parti sociali che hanno già lanciato veti e allarmi preventivi. I sindacati hanno messo le mani avanti su cassa integrazione e articolo 18, intoccabile perché questione di «civiltà» (qualcuno dovrà prima o poi dire a Francia, Danimarca, Spagna, Inghilterra e a molti altri Paesi europei quanto siano incivili). E anche Confindustria pare molto allarmata per l’ipotesi di riformare la cassa integrazione straordinaria - un costo di miliardi di euro che lo Stato si sta sobbarcando da anni per dare tempo alle imprese di «ristrutturarsi» (un tempo che però sembra non arrivare mai). La convergenza di interessi tra sindacati e industria su alcuni dei temi chiave della riforma che da domani sarà in discussione dà un’idea abbastanza chiara delle cause dell’ingessamento della nostra economia, e dell’incapacità di una buona parte del nostro sistema produttivo di aprirsi ai giovani così come alle nuove tecnologie e all’innovazione.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">È in parte comprensibile che una parte sociale che ha impostato tanta parte della sua ragion d’essere sul tema della difesa del posto di lavoro prima ancora che del lavoratore in sé (perché prima si difende il posto, l’«inamovibilità», poi si parla di formazione, crescita, competenze etc.) sia pronta a dar battaglia sul comma di un articolo. Così come può essere comprensibile che un’associazione di industriali che tanto hanno beneficiato (e spesso approfittato) degli aiuti dello Stato siano adesso spaventati da riforme che potrebbero rendergli la strada più difficoltosa. E c’è da riconoscere che la crisi non ha aiutato: con essa sono aumentate paure e insicurezze, ed è più facile per rappresentanti politici e di categoria cavalcare certe paure che assumersi la responsabilità di un’azione coraggiosa che le sfidi.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ma quando domani si troveranno tutti allo stesso tavolo per discutere una riforma che, pur non essendo l’unica soluzione al problema dei giovani, rappresenta un tassello fondamentale dell’insieme di misure che il governo sta attuando, c’è da sperare che le varie parti ritrovino questo coraggio. E che preferiscano sfidare le paure e gli interessi di parte per il bene comune, piuttosto che restare schiavi di un copione che l’Italia legge ormai da troppi anni.</span></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2722455.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2722455.html"/>
        <published>2012-02-01T11:25:00Z</published>
        <updated>2012-02-01T11:25:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Israele: la faccia tosta fa startup]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 31 Gennaio 2012<div><br></div><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Se si chiede ad alcuni dei più affermati imprenditori e investitori dov’è la nuova Silicon Valley, molti risponderanno: Israele. In effetti i dati sono sorprendenti. È il Paese con la più alta densità di&nbsp;</span><em style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; border-style: initial; border-color: initial; color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">start-up</em><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">al mondo (una ogni 1.844 cittadini), un livello di investimenti di&nbsp;</span><em style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; border-style: initial; border-color: initial; color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">venture capital</em><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">che, nel 2008, era due volte e mezzo più alto di quello registrato negli Stati Uniti, 30 volte maggiore del livello europeo e 80 volte di quello cinese. Ed è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per numero di imprese quotate al Nasdaq. Per rendere un’idea: un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe assieme.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ma cosa c’è dietro il «miracolo economico» d’Israele? Alcuni economisti e studiosi stranieri lo hanno spiegato con le politiche economiche che hanno fortemente incentivato la ricerca e la nascita di aziende tecnologiche (Israele ha il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo), altri con le privatizzazioni e le liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu quando era ministro delle Finanze (e in particolare la sua riforma del sistema bancario), altri nell’enorme riserva di capitale umano del Paese, con il 45% della popolazione in possesso di istruzione universitaria (un dato invidiabile se confrontato con il 15% italiano). Ciascuno di questi fattori ha certamente svolto un ruolo importante nella crescita israeliana. Ma dipingono un quadro molto incompleto, che trascura il contesto storico e culturale di un paese che ha caratteristiche assai peculiari, elementi che ne hanno influenzato (e continuano a influenzare) la traiettoria di sviluppo. Chiunque abbia avuto modo di conoscere alcuni dei protagonisti di questa rinascita - per lo più giovani ingegneri, programmatori, imprenditori - si è certamente reso conto che il segreto del successo di queste persone non può essere semplicemente ascritto a una specifica politica industriale o economica, ma è legato a qualcosa di più profondo che pervade il loro modo di pensare e lavorare, di affrontare sfide e problemi.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Questo qualcosa è perfettamente descritto da&nbsp;</span><em style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; border-style: initial; border-color: initial; color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Start-Up Nation</em><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">&nbsp;, un libro Dan Senor e Saul Singer già pubblicato negli Stati Uniti, che ora esce in Italia, da Mondadori, con il titolo Laboratorio Israele (pp. 264, 18). Un insieme di analisi e racconti da cui emerge come le continue e enormi difficoltà che questo Paese ha dovuto affrontare abbiano forgiato il carattere e lo spirito della sua gente, e come ciascuno di questi ostacoli sia stato trasformato in punto di forza. Ed è questa prospettiva storica che ci mostra, per esempio, come un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici abbia imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccata dalle vicende militari, diventando uno dei sistemi economici più produttivi e affidabili. E come la necessità di investire così tanto in difesa e di avere un’obbligo di servizio militare dai due ai nove anni per tutti i giovani israeliani (a cui vanno aggiunti 20 anni di riserva) sia stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale e personale dei cittadini (l’esercito israeliano non&nbsp;</span><font color="#005189" face="Georgia, Rekha" size="2"><span style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; outline-style: initial; outline-color: initial; border-style: initial; border-color: initial; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto;">solo</span></font><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">&nbsp;ha tecnologie sofisticatissime, ma fa uso di sistemi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelli di Harvard o Stanford).</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Persino i frequenti boicottaggi di tutte le loro merci hanno svolto una parte, stimolando gli israeliani a dedicarsi ad attività e prodotti piccoli e immateriali come i software e le tecnologie legate alle comunicazioni e a Internet. Per non parlare del ruolo della loro lunga diaspora, che li ha resi cosmopoliti, pronti ad affrontare e adattarsi a qualsiasi contesto e, soprattutto, aperti all’immigrazione. Migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele: dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Mengistu Haile Mariam agli ebrei romeni scappati dal regime di Ceausescu. Per non parlare degli 800 mila ebrei russi che vi si riversarono dopo il crollo dell’Unione Sovietica (equivalenti a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca). Eppure ognuna di queste persone ha ottenuto la cittadinanza lo stesso giorno in cui è arrivata in Israele.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Un complesso insieme di fattori che ha reso questo popolo tremendamente tenace, imprenditoriale e «problem solver». Esattamente quello che serve per competere oggi e per attrarre investimenti da ogni angolo del mondo. Può sembrare incredibile che gli investimenti stranieri in Israele siano triplicati negli stessi anni in cui sono aumentati gli attacchi terroristici. Ma come ha detto Warren Buffett quando ha investito 4,5 miliardi di dollari in un’azienda israeliana: non è importante se un missile distruggerà uno stabilimento. Lo stabilimento si ricostruisce. Quello che è importante è il talento dei lavoratori e dei manager, la loro affidabilità, la reputazione che si sono costruiti nel mondo. Ecco cosa attrae aziende come Intel, Google o Microsoft.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Le sfide per Israele non sono certo finite. Preoccupa il nuovo rallentamento dell’economia internazionale che si profila per il 2012. E preoccupano il recente apprezzamento dello shekel sul dollaro e le previsioni sull’inflazione. Ma se questo Paese riuscirà a tener vivo quello spirito che gli ha fatto trasformare ogni difficoltà in elemento di forza, è probabile che riuscirà ancora a farcela.</span></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2722234.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2722234.html"/>
        <published>2012-01-31T10:01:00Z</published>
        <updated>2012-01-31T10:01:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[E' in gioco un cambiamento profondo]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 24 Gennaio 2012<div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br></span></div><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Tra attese e polemiche, sono arrivate le liberalizzazioni. Molte critiche erano già partite prima ancora del decreto, figuriamoci adesso. Ogni dettaglio sarà scandagliato, ogni partito metterà i propri paletti, ogni lobby si armerà fino ai denti. In tutto questo rumore l'opinione pubblica rischia di restare confusa e divisa. A cosa servono davvero, chi ci guadagnerà e chi ci perderà?</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Fioriscono stime e tabelle, ma essendo le previsioni incerte per definizione, alla fine molti temono che chi ci perde sia più di chi ci guadagna. Le tariffe dei professionsiti diminuiranno, anzi no, aumenteranno. Si creeranno nuovi posti di lavoro, anzi no, la concorrenza li distruggerà. E così via. E su queste confusioni e paure giocano molte lobby e molti politici. Il rischio però è che si perda di vista la vera essenza delle liberalizzazioni e l’impatto complessivo che possono avere sul Paese.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Liberalizzare significa semplicemente rendere più semplice e meno vincolata la concorrenza, ovvero creare le condizioni perché nuovi concorrenti possano organizzarsi per entrare ed operare sul mercato. Tutto qua. Non è detto che ogni città verrà invasa da edicole, farmacie, negozi e professionisti, né che all’improvviso tutti i prezzi crolleranno o aumenteranno. Ma il punto, nonostante molti giochino su queste argomentazioni, non è questo, non è se qualcuno alza o abbassa la tariffa. Il punto è che ci sia un’offerta sufficientemente variegata che consenta al cittadino di scegliere il rapporto qualità/prezzo che fa al caso suo.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">E creare un mercato che consenta ad un negoziante o ad un professionista di decidere come preferisce competere. Questo implica un cambiamento profondo di come si muovono i consumatori, i produttori, ma anche del ruolo dello Stato. Il compito del regolatore pubblico in alcuni settori non sarà più decidere quanta e quale offerta e a quale prezzo è disponibile al cittadino, ma sarà vigilare che i cittadini abbiano accesso ad un’informazione chiara e trasparente su prezzi e caratteristiche di tutta l’offerta disponibile, e strumenti efficaci per potersi difendere da eventuali frodi o abusi. Questa è la vera novità che potrebbe cambiare profondamente non solo la nostra economia ma anche la nostra società. Che poi questo si traduca in un determinato aumento o diminuzione dei prezzi medi in certi settori non possiamo saperlo con certezza.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Potrebbe anche semplicemente tradursi in un aumento di qualità ed efficienza a parità di prezzo. Ma non sarebbe comunque un ottimo risultato che cambia la qualità della vita e del lavoro nel nostro Paese? Stesso ragionamento per gli effetti occupazionali. Prendiamo l’esempio dei servizi pubblici. Una maggiore concorrenza e trasparenza nei settori pubblici non necessariamente porterà un aumento di posti di lavoro. Potrebbe capitare che certe aziende erogatrici che fino ad oggi hanno assunto centinaia di figli di amici e parenti, si trovino costrette, per poter competere, ad assumerne un po’ meno, persone che siano però veramente competenti e produttive. Ma non sarebbe forse un risultato positivo? E’ vero, la concorrenza, nei settori pubblici come altrove, dovrebbe favorire la creazione di nuove aziende e quindi nuovi posti di lavoro che vadano a compensare la perdita che avrà luogo nelle aziende meno efficienti. Ma non è facile stimare di quanto sarà l’impatto netto nel prossimo anno o due, soprattutto in un contesto di forte contrazione dell’economia nazionale e internazionale come quello attuale. La domanda che dobbiamo porci non è soltanto «quanti posti di lavoro» creeremo quest’anno, ma quali logiche cambieremo, quale Paese vogliamo costruire e quali condizioni stiamo creando affinché ciò si realizzi.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Recuperare efficienza, eliminare privilegi e posizioni di rendita, dare alle persone la libertà di potere scegliere se, quando e come produrre un certo servizio oppure se, quando e come consumarlo, significa dare più opportunità ai cittadini. E anche questa è equità. Anche questa è redistribuzione. Non si redistribuisce solo dando assegni di assistenza, ma anche creando spazi ed opportunità per chiunque abbia voglia e capacità di mettersi in gioco, a prescindere dalle persone di cui è figlio, amico o parente. Quanti consumatori o quanti aspiranti imprenditori, professionisti, farmacisti e commercianti decidano poi di cogliere davvero queste opportunità nel giro di un anno o due è un altro discorso. Che dipende da fattori economici congiunturali, da fattori culturali (non è detto che tutti gli aspi- ranti professionisti o farmacisti italiani decidano di investire i loro risparmi in un’attività imprenditoriale e rischiosa), e anche da una serie di altri fattori di contesto (riforma della giustizia civile, del mercato del lavoro, della burocrazia e del fisco, perché anche questi fattori influenzano le scelte d’investimento e di consumo).</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ma il cambiamento che è in gioco è più profondo e va ben oltre il 2012. E per quanto sia giusto discutere e valutare anche gli effetti immediati di questi provvedimenti, occorre fare molta attenzione. Per anni siamo stati vittima di riforme fallite perché vincolate agli interessi di breve periodo, affossate dal «chi ci guadagna e chi ci perde». Dimostriamo che abbiamo imparato dagli errori passati. Ci guadagneremo tutti.</span></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2719544.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2719544.html"/>
        <published>2012-01-24T11:50:00Z</published>
        <updated>2012-01-24T11:50:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Se l'Europa non pensa al futuro]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 6 Gennaio 2012<div><br><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Il 2012 dovrà essere l’anno dei giovani. Dovrà esserlo per forza, perché non è più tollerabile che Paesi che si sciacquano tanto la bocca con parole come crescita e futuro accettino in silenzio milioni di giovani sempre più soli, senza lavoro, senza protezioni sociali né prospettive. In Italia la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni ha oltrepassato il 30%. E anche se i sindacati gridano all’emergenza licenziamenti e disoccupazione complessiva, non è così: il problema sta nella fascia giovanile.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Il tasso di disoccupazione degli adulti è più o meno lo stesso di un anno fa. Quello dei giovani in un solo anno è passato dal 26% al 30%. Prima della crisi era al 20%. E spesso non si è trattato nemmeno di licenziamenti, perché la maggior parte di questi giovani non hanno mai visto un contratto a tempo indeterminato, non hanno mai visto indennità di disoccupazione, cassa integrazione, né supporto per maternità o malattia. Si sono semplicemente visti chiudere progetti, scemare le commesse, non rinnovare incarichi.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Nessuna violazione dello statuto dei lavoratori, niente di cui i sindacati abbiano da lamentarsi, tutto regolare. Delle specie di morti rosa, che non fanno rumore, che si consumano nel silenzio dei nuclei familiari e che non mobilitano la piazza. E nessuno ha mai saputo o voluto dare risposta a questo esercito crescente di inoccupati o sottoimpiegati. Come spiega benissimo Pietro Ichino nel suo ultimo libro (Inchiesta sul Lavoro, Mondadori), ha fatto comodo a tanti, a troppi, che ci fosse questa valvola di sfogo: alle imprese come ai sindacati. Per questo è importante che il nuovo governo metta mano ad una vera riforma del lavoro che elimini questo odioso dualismo che c’è oggi nel mercato del lavoro: una parte completamente ingessata e una parte abbandonata a se stessa.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Non possiamo continuare a pensare che i posti per i giovani si creino con i prepensionamtenti. Non solo perché l’ultima riforma non lo consente più, ma perché questa soluzione, ampiamente abusata in passato (in Italia ma anche in altri Paesi europei), ha dimostrato quanto sia fallimentare in un mercato del lavoro rigido e chiuso. Tutto quello che queste politiche hanno generato sono decine di miliardi da pagare in pensioni evitabili e quasi nessun posto di lavoro «buono» creato per i giovani.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Né ci possiamo illudere che semplicemente aumentando il costo del lavoro «flessibile», senza toccare niente del restante mercato, possiamo scoraggiarne l’uso. Tali aumenti non faranno che scaricarsi sui redditi dei giovani (il cui salario di ingresso nel mondo del lavoro continua a calare) e incentivare un ulteriore migrazione da contratti a progetto alle partite Iva (assai più costose per i giovani), come già è ampiamente avvenuto negli ultimi anni.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Quello che è necessario è qualcosa che questo governo sa benissimo, ovvero misure per la crescita attraverso liberalizzazioni e alleggerimento degli oneri (fiscali e burocratici) per far nascere e crescere le imprese, e riforme del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Perché è così difficile farle? Perché non tutte sono a costo zero, soprattutto il ridisegno degli ammortizzatori sociali in un modo che includa anche i giovani. Non è impossibile, potrebbe essere fatto rivedendo da un lato gli attuali aiuti alle imprese (circa trenta miliardi di aiuti iscritti a bilancio, molti dei quali di dubbia utilità) e dall’altro gli attuali sistemi di protezione sociale (a partire dalla cassa integrazione a zero ore a fondo perduto). Non c’è quindi bisogno di troppe spiegazioni per capire perché né imprese né sindacati scalpitino per tali riforme. Eppure qualcuno a un certo punto dovrà cominciare a pensare non solo ai propri iscritti, associati ed elettori, ma al Paese tutto intero, incluso coloro che non hanno né voto né tessere in tasca.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Si tratta di un problema che dovrà affrontare non solo l’Italia, ma anche molti altri governi. In molti Paesi, infatti, le politiche economiche e sociali hanno fatto fatica a rispondere adeguatamente ai rapidi cambiamenti internazionali dell’economia e del lavoro degli ultimi anni, non solo per incompetenza, ma spesso perché frenati da forti resistenze interne e interessi di gruppi più o meno grandi. Basta guardare alla Spagna. Un Paese dove la disoccupazione giovanile ha superato il 42%, ma dove tale tema è stato sopravanzato in campagna elettorale dalla questione delle pensioni. E infatti, nonostante il deficit, i tagli alla ricerca e gli aumenti delle tasse, l’unica concessione del nuovo governo è stata fatta ai pensionati, sbloccando le indicizzazioni e rivalutando le pensioni. Ma il problema non è solo in Spagna. La disoccupazione giovanile in Francia è al 23%, in Belgio al 18%, in Svezia al 22%, in Gran Bretagna al 20%. Ovunque si fatica a trovare il bandolo della matassa (nonostante a pochi chilometri ci siano Paesi in cui le cose funzionano assai meglio, ma che, per qualche motivo, sembrano impossibili da seguire).</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Mario Monti inizia oggi il suo «tour» europeo: c’è da sperare che oltre a convincere gli altri Paesi che l’Italia sta cambiando e migliorando gli faccia capire che qualcosa dovranno cambiare anche loro, e che dovremo impegnarci tutti insieme se vogliamo che questo continente da vecchio non diventi decrepito.</span></div></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2718692.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2718692.html"/>
        <published>2012-01-05T23:40:00Z</published>
        <updated>2012-01-05T23:40:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Il destino dato in appalto]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 29 Dicembre 2011<div><br><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Non c’è giorno in cui non siamo bombardati da qualche dato negativo su consumi, produzione, povertà ed occupazione.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">È l’immagine, si dice, di un Paese che si impoverisce sotto la scure della crisi e di manovre recessive. In questo scenario è difficile spiegare il dato del 2011 sulla raccolta del settore dei giochi (gratta e vinci, lotterie, lotto, slot machine, scommesse sportive e così via) appena reso noto: 76,5 miliardi di euro. Un aumento rispetto al 2010 di 15 miliardi di euro, ovvero il 24,3% in più. Questo significa che nell’anno della crisi più nera, della disoccupazione giovanile al 30%, dello spread alle stelle e dei tagli indiscriminati, gli italiani hanno speso in giochi e scommesse oltre 1200 euro non a famiglia, ma a testa - includendo nel calcolo persino i neonati! Con un aumento di spesa di circa 250 euro a persona rispetto all’anno precedente. Un dato veramente sorprendente.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Che l’industria del gioco e delle scommesse sia relativamente più resistente alle crisi rispetto ad altri settori è cosa nota. Così com’è noto che la diffusione dei giochi online e la progressiva liberalizzazione avvenuta in numerosi Paesi (prima tra tutti l’Italia, che negli ultimi anni ha rilasciato migliaia e migliaia di nuove licenze) hanno dato impulso a questo settore a livello globale.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Tuttavia risultati di queste dimensioni in un Paese come l’Italia, che proprio nel 2011 si è vista quasi sull’orlo del baratro, destano più di un interrogativo. Persino in Gran Bretagna, patria delle scommesse, gli anni della crisi hanno visto un sensibile calo di queste spese (-12,2% nel 2009 e situazione pressoché stazionaria nel 2010).</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Come mai gli italiani spendono in giochi e scommesse non il doppio, e nemmeno il triplo ma otto volte di più di quanto spendono in istruzione? Come mai di fronte alla crisi hanno diminuito i consumi di moltissimi beni, inclusi quelli alimentari, e hanno persino rinunciato ad iscrivere i propri figli all’Università, ma non al gratta e vinci o al lotto? E come mai rivendicano un sistema fiscale e sociale più redistributivo, che tolga ai pochi per dare ai più, e poi si affidano a meccanismi di redistribuzione opposti, in cui i più mettono soldi che verranno elargiti a pochissimi a prescindere dalle loro necessità?</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Non è facile rispondere a queste domande, anche perché dietro al fenomeno collettivo vi sono scelte individuali difficilmente penetrabili e, naturalmente, assolutamente libere e insindacabili.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">L’impressione che ne emerge tuttavia è quella di milioni di persone che si sentono sempre meno padrone del proprio destino, che non sanno o non vedono come poter migliorare la propria posizione, costruire il proprio futuro. E in questo vuoto si affidano, semplicemente, al caso. L’unico fattore che non chieda né impegno né sacrifici ma anche una delle poche cose che non faccia favori a nessuno. Uno dei pochi meccanismi che appare trasparente nella sua totale casualità. Una logica che non dà né per necessità né per merito, ma solo per fatalità. Ecco, il pensiero che milioni di italiani ripongano maggiore fiducia nella fortuna come mezzo per risollevare le proprie sorti piuttosto che nelle loro capacità o in quelle dei loro governanti dovrebbe farci riflettere. E farci capire che il grande lavoro di ricostruzione che ci attende nel 2012 non riguarda soltanto le casse dello Stato.</span></div></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2714404.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2714404.html"/>
        <published>2011-12-29T15:50:00Z</published>
        <updated>2011-12-29T15:50:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Dalla manovra un'occasione per la politica]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 14 Dicembre 2011<div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Nonostante la durezza della manovra e i malumori che ha sollevato, molti italiani continuano ad avere fiducia in questo governo. Forse perché erano stanchi di urla, liti e insulti, o di sudare freddo ad ogni meeting internazionale per il timore di essere derisi e di essere irrilevanti in decisioni chiave. Molti italiani hanno avvertito e apprezzato questo cambiamento. Ma attenzione: questo nuovo stile non è&nbsp;</span><font face="Georgia, Rekha" size="2"><span style="line-height: 20px; text-align: -webkit-auto;">scontato</span></font><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">&nbsp;né garantito per il futuro. Continuano a riemergere i segnali di quei pezzi di vecchia politica sguaiata e corporativa che ci hanno portato fin sull’orlo del baratro, e che non si rassegnano a rinunce e all’oblio. L’ultima vicenda del taglio delle indennità è solo un piccolo sintomo. E’ vero, come ricordano molti parlamentari, che c’è un vizio procedurale. Ma è anche vero, e non sfugge all’occhio del cittadino, che questo Parlamento si è ritrovato a mettersi in discussione e accelerare certe procedure solo quando costretto dall’opinione pubblica, ovvero dopo 4 anni dall’inizio della crisi e dopo manovre durissime che hanno pesato moltissimo sui cittadini. E anche se molti parlamentari da tempo si mostrano disponibili e anzi desiderosi di eliminare privilegi e aumentare rigore e trasparenza nella politica, quello che più colpisce i cittadini non sono i silenzi di quei parlamentari che accettano i tagli, ma le proteste scomposte di quelli più recalcitranti, la prontezza con cui questi sanno fare muro quando si tratta di mettersi in gioco. Ma a ben vedere i tentativi di autoproteggersi di alcuni politici non si limitano a benefit o vitalizi, e sono più sottili e profondi. A molti cittadini non sarà sfuggito il modo in cui molti di questi parlamentari, con la complicità di giornalisti e conduttori cresciuti a suon di risse politiche e incapaci di farne a meno, stanno tornando ad imperversare nei giornali, trasmissioni radio o tv con toni e argomenti da campagna elettorale. E così Bossi riparte con la Padania, Calderoli lancia il modello cecoslovacco, e Scilipoti, forse in crisi di astinenza da attenzioni, insulta gratuitamente la collega Paola Concia e con lei tutti i cittadini omosessuali, equiparandoli a delinquenti, usando questo attacco per rilanciare a modo suo il classico tema elettorale della famiglia.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">La verita' è che molti politici sono pronti a supportare il governo Monti quel tanto che basta per non fare default nei prossimi mesi, ma prontissimi ad azzannarlo appena vedono la possibilità di rimettersi in sella e ricominciare come prima. Per questo, dopo aver portato l’Italia sull’orlo del baratro, adesso si riscoprono tutti paladini dell’interesse dei cittadini (o quantomeno dei propri elettori). Perché più che guardare all’Europa e ai debiti, stanno puntando alle prossime elezioni. Non tutti i politici, certo. Ma quel numero sufficiente ad indignare e spaventare molti italiani. Perché l’incubo che comincia a farsi strada tra chi si è accorto di questi giochi è: e dopo? Cosa succederà quando, sperabilmente, avremo salvato l’Italia dal default e dovremo tornare a votare con le stesse regole, gli stessi partiti e gli stessi nomi imposti di prima? Cosa sarà veramente cambiato? Altro che «Terza Repubblica»…</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">E allora vale forse la pena tentare di lanciare un appello a tutti quei politici e parlamentari che con serietà e dedizione hanno servito e continuano a&nbsp;</span><font face="Georgia, Rekha" size="2"><span style="line-height: 20px; text-align: -webkit-auto;">servire</span></font><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">&nbsp;il loro Paese. Anziché soccombere a quella parte di politica vecchia e corporativa, premete più che potete per aiutare il Paese ad uscire da questa crisi in modo serio. E fatelo non solo contribuendo a varare in tempi rapidi le necessarie manovre e riforme economiche, ma approfittando di questo tempo per rimettere in discussione anche i vostri partiti, il loro modo di fare politica, di selezionare e premiare candidati e dirigenti, proponendo finalmente al Paese qualcosa di veramente nuovo, nei modi, nelle idee e nelle competenze. E magari approfittandone anche per mettere sul tavolo una seria riforma elettorale che dia finalmente ai cittadini la facoltà di scegliere i propri rappresentanti parlamentari. Una riforma di cui non parla più nessuno, ma che potrebbe essere, se fatta bene, un buono strumento di rinnovamento. Un modo per restituire ai cittadini, cui tanto è stato tolto, la possibilità di sentirsi parte attiva della vita politica del Paese. Non avrete nulla da temere. La maggioranza dei cittadini sa riconoscere chi, tra i loro rappresentanti, ha lavorato con serietà e chi invece ha saputo solo destreggiarsi tra demogogie, insulti e opportunismi. Dategli fiducia e restituite loro dignità politica, così come loro la stanno dando oggi al proprio Paese, accettando sacrifici anche molto duri per un futuro e un’Italia migliori.</span></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2714403.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2714403.html"/>
        <published>2011-12-14T15:34:00Z</published>
        <updated>2011-12-14T15:34:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Scommettere su qualita' e preparazione]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 27 Novembre 2011<div><br></div><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; ">E’ prassi comune, soprattutto tra i politici, additare gli economisti come i responsabili della crisi, della precarietà e dei milioni di giovani senza prospettive. Eppure molti economisti da anni non fanno che ripetere, proprio ai nostri politici, la necessità di investire di più nella formazione e nell’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro. Lo ha fatto anche ieri il neo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a La Stampa mettendo in evidenza tutte le contraddizioni dell’Italia.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Un Paese che per reagire alle pressioni di un’economia globalizzata ha scaricato le sue debolezze sui più giovani. Col risultato paradossale che in un’economia mondiale sempre più trainata da conoscenza e innovazione, in cui la domanda ed il valore di competenze fresche tendono ad aumentare, l’Italia vede diminuire i salari d’ingresso dei suoi giovani laureati, persino di quelli di cui ha più bisogno, come gli ingegneri. Ma Visco non cerca di accattivarsi le simpatie dei movimenti studenteschi o dei sindacati.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Nessuna condanna della legge Biagi, nessuna invocazione per posti fissi o salari minimi e università gratis per tutti. Il problema è investire per dare qualità e valore all’istruzione dei giovani, in modo da renderli più forti sul mercato del lavoro. Il dramma dell’Italia non è stata l’introduzione di strumenti di flessibilità, ma l’incompletezza delle riforme e l’uso che ne è stato fatto. Quegli strumenti avrebbero dovuto aiutare le imprese ad investire in tecnologie e formazione. Ma così non è stato, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche e invertire rotta. Il tempo e’ scaduto e gli alibi pure.</span></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703382.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703382.html"/>
        <published>2011-11-28T13:30:00Z</published>
        <updated>2011-11-28T13:30:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[I vantaggi di una risorsa trascurata]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; ">La Stampa, 23 Novembre 2011</span><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; "><br></span></div><div><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; ">Nel momento in cui molti sono in tensione, aspettando di vedere se e quanto le prossime manovre toccheranno stipendi, case o pensioni, il Presidente Napolitano ci stimola ad alzare lo sguardo.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ci invita, finalmente, a pensare anche agli «altri». Alle minoranze religiose, culturali, e, in particolare, a tutti quei bambini nati in Italia da stranieri che l’Italia si ostina a non voler considerare suoi cittadini. E così facendo Napolitano ci fa riflettere su cosa significa essere comunità inclusiva, che accoglie, che cresce senza discriminazioni e senza chiusure. Una riflessione importante non solo per il suo lato profondamente umano e valoriale, ma anche per il suo aspetto sociale ed economico.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Da sempre chiusura e protezionismo, tanto nelle società quanto in economia, portano isolamento e regressione. L’apertura non solo porta al proprio interno nuove energie, nuove idee e più dinamismo, ma proietta all’esterno l’immagine di una comunità forte, attrattiva, che non teme il confronto e le influenze esterne, ma che le integra e si alimenta di esse. E’ stata questa, per esempio, la grandissima forza degli Stati Uniti nei due secoli passati. Un Paese che ha accolto milioni di immigrati, spesso senza che nemmeno conoscessero la lingua inglese. E questo contributo ha reso gli Stati Uniti non solo un’economia più forte, ma un riferimento per milioni di persone nel resto del mondo. E oggi, anche se molti dei vecchi immigrati parlano ancora i loro dialetti di origine, l’inglese è diventato la lingua passepartout di tutto il mondo. Una sorta di divertente contrappasso, non avvenuto per caso.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Ma per capire il valore che gli immigrati possono portare in una società non c’è bisogno di guardare alla storia e al passato degli Stati Uniti: basta aprire gli occhi e saper vedere l’Italia di oggi. Gli immigrati rappresentano ormai una componente fondamentale della nostra economia e della nostra società, molti settori crollerebbero senza di loro. Come ci dicono i dati dell’Istituto Tagliacarne, che assieme a Unioncamere monitora il contributo degli stranieri alla nostra economia, ci sono settori, come quello delle costruzioni, in cui addirittura un quarto del valore aggiunto prodotto è dovuto agli stranieri. Sempre secondo le stime del Tagliacarne, il contributo complessivo degli stranieri al valore aggiunto prodotto in Italia è stato, nel 2009, di oltre 165 miliardi di euro, il 12,1% del totale.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Non solo, ma attraverso il loro lavoro gli immigrati contribuiscono anche ai nostri servizi e alle nostre pensioni. Pochi sanno che i contributi versati dagli immigrati all’Inps ammontano a sette miliardi e mezzo di euro, ovvero il 4% di tutte le entrate dell’Inps, una cifra altissima soprattutto se si considera che sono pochissimi gli immigrati che, invece, beneficiano di pensione dallo Stato italiano. E sono pochi non solo perché molti devono ancora maturarla, ma perché sono tanti quelli che dopo alcuni anni tornano poi nel loro Paese di origine lasciandoci in dote i loro contributi. Questo significa, come ben documenta l’ultimo libro di Walter Passerini e Ignazio Marino («Senza Pensioni», Chiarelettere), che gli immigrati stanno supportando in modo sostanzioso anche il nostro sistema di welfare sociale oltre che economico. E possiamo immaginare quanto maggiore potrebbe essere tale contributo se riuscissimo finalmente ad affrontare questo tema con meno foga ideologica e meno paure, aiutando molti stranieri ad integrarsi, cominciando dal rendere i loro figli, che di fatto sono italiani, cittadini a tutti gli effetti.</span><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><br style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; "><span style="color: rgb(64, 65, 64); font-family: Georgia, Rekha; font-size: 13px; line-height: 20px; text-align: -webkit-auto; ">Le conseguenze di un’apertura di questo genere sarebbero molto importanti, e non solo in termini economici. Pensiamo a cosa possa significare per una famiglia, e soprattutto per dei bambini e dei giovani, sentirsi parte integrante della società in cui vivono e lavorano, sentirsi portatori degli stessi diritti e doveri di chi gli sta intorno. L’emarginazione genera rancore, odio, rende inevitabilmente arrabbiati contro chi ti esclude. L’integrazione, quella piena e sincera, dà e genera fiducia, coesione, identità collettiva. E questo aiuta a prevenire malesseri sociali, conflitti, criminalità. E aiuta a fare fronte comune contro i problemi e le crisi, in nome di un Paese che non è soltanto di quelli che in qualche modo se lo sentono nel sangue, ma di tutti quelli che lo hanno scelto con passione, determinazione e amore</span>            </div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703377.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703377.html"/>
        <published>2011-11-23T13:23:00Z</published>
        <updated>2011-11-23T13:23:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Il mio pezzo sul "talento" per lo speciale de La Stampa sull'Unita' d'Italia]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  La Stampa, 20 Novembre 2011&nbsp;<div><br></div><div><p class="MsoNormal"><span lang="ES">Poche cose hannodefinito e caratterizzato la storia d’Italia quanto i suoi talenti. &nbsp;Talenti che tutti il mondo ci ha invidiato. DaGiacomo Puccini ad Enrico Fermi, da Amedeo Modigliani a Federico Fellini, da LuigiPirandello ad Enzo Ferrari e centinaia di altri ancora, in moltissimi campi ein ogni fase della nostra storia, incluso quella attuale. Perche’ anche seabbiamo la tendenza a riccordarci ed esaltare piu’ quelli passati che quelliodierni, tuttavia non mancano i talenti contemporanei riconosciuti e amati intutto il mondo: Roberto Bolle, Maurizio Cattelan, Roberto Benigni, Umberto Eco,Riccardo Muti, Giorgio Armani, Valentino Garavani, Renzo Piano, e moltissimialtri. Sono i talenti che fanno si’ che, nonostante tutti i nostri problemi, ilpensiero dell’Italia continui ad evocare qualita’ e sogno . Ma stiamo attenti anon fare un errore che purtroppo negli ultimi anni abbiamo compiuto spesso. Nondimentichiamoci che certi talenti non sono che punte di iceberg di sistemi piu’ampi alimentati da decine di altri talenti, forse meno visibili, mafondamentali. Ovvero i talenti di quelle persone che formano e riconoscono lequalita’ dei givoani emergenti, dandogli gli strumenti per crescere eun’opprtunita’ di esprimersi. E di quelle che li aiutano a realizzare i sogni ele visioni che hanno. I nostri stilisti e i nostri pretigiosi marchi di modanon sarebbero stati niente senza le eccellenze&nbsp;sartoriali del nostro territorio, le eccellenze delle nostre Ferrari eMaserati non sarebbero divenute quel che sono senza le nostre facolta’ diingegneria, cosi’ come i nostri grandi ballerini, &nbsp;musicisti e artisti non avrebbero potutocrescere senza le nostre scuole, accademie e tutte le persone che con grandepassione e dedizione li hanno seguito e hanno creduto in loro. &nbsp;Ecco, questo non dovremmo scordarcelo mai.Perche’ ricordarci queste cose ci aiuta a recuperare una prospettiva piu’giusta e completa di cosa sono e cosa significa parlare di “talenti” italiani.Ma soprattutto ci fornisce indicazioni preziose su come far si’ che il nostropaese possa continuare a coltivare ed alimentare queste eccellenze,&nbsp; senza mai darle per scontate, senza caderenella trappola di premiare le punte dell’iceberg, lasciando che le basiaffondino. Perche’ e’ su quelle basi che si erige il senso piu’ profondo dell’essereitaliani.&nbsp;<o:p></o:p></span></p></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703374.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703374.html"/>
        <published>2011-11-20T07:10:00Z</published>
        <updated>2011-11-20T07:10:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Intervista SkyTG24 sulle elezioni spagnole]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div><font face="AZBY"><br></font></div><font face="Tahoma">Qua la mia intervista a Sky TG24 di sabato 19 Novembre 2011 sulla crisi spagnola e le elezioni.&nbsp;</font><div><br><div><a href="http://video.sky.it/news/mondo/crisi_spagna_intervista_a_irene_tinagli/v103172.vid">http://video.sky.it/news/mondo/crisi_spagna_intervista_a_irene_tinagli/v103172.vid</a></div></div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703372.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/post/2703372.html"/>
        <published>2011-11-19T13:04:00Z</published>
        <updated>2011-11-19T13:04:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              Irene Tinagli
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
</feed>

