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Ma noi siamo donne o bambole?
LaStampa, 25 Gennaio 2011

Molte donne in questi giorni si stanno interrogando sul loro ruolo nella società italiana, come è accaduto ogni volta che, in questi ultimi anni, qualche scandalo sessuale ha scosso il mondo della politica. Eppure la questione del ruolo femminile in Italia ha radici più profonde e diffuse di quanto emerga dalle ultime vicende di cronaca e va ben oltre i confini di Arcore o di via Olgettina. Se l'ennesimo scandalo che coinvolge il premier serve a riaprire il dibattito su un tema così importante, va bene, ma se vogliamo davvero cogliere l'occasione per una riflessione approfondita, non possiamo fermarci lì.
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L'alleanza che paralizza l'Italia
La Stampa, 19 Dicembre 2010

Alcuni commentatori negli ultimi giorni hanno evidenziato l’impasse politica italiana, in cui una coalizione di governo ormai debole e monca resta tuttavia «aggrappata» al potere, come ha scritto il Financial Times. Pochi però si sono soffermati ad analizzare il contesto sociale che accompagna questa crisi, un contesto in cui sta germogliando un paradosso preoccupante per il futuro del Paese. Da un lato infatti siamo di fronte ad un governo che fatica ad agire e che ha fallito la sua missione più importante. Ovvero quella della rivoluzione liberale tanto declamata agli inizi. Come ci dicono anche gli ultimi dati la pressione fiscale in Italia è aumentata, la burocrazia non si è snellita, le amministrazioni pubbliche sono aumentate anziché diminuire, le liberalizzazioni sono bloccate, le professioni ancora più protette e la concorrenza in molti settori è ancora al palo. Dall’altro lato però troviamo un’opposizione - non solo politica ma anche civile e sociale - che anziché incalzare sul fronte delle riforme, dell’innovazione sociale ed economica, del progresso, si chiude sulla difesa dell’esistente, legittimando e dando voce ad una miriade di piccoli o grandi conservatorismi che nell’ultimo anno sono esplosi ovunque.
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I padroni del mondo
La Stampa, di Irene Tinagli, 12 luglio 2007

Con la forza della mente. Una nuova classe dirigente che ha nella creatività il suo potere
si afferma su scala globale e cresce ovunque. Non in Italia, per l’immobilismo dei politici



Illustrazione di Marco Cazzato


Mai come in quest’ultimo periodo in Italia si è parlato e si continua a parlare di classe dirigente e di leadership. Se ne discute sui giornali, alla televisione, nei sondaggi, nelle ricerche universitarie. Sembra proprio che il blocco del paese a cui stiamo assistendo sia legato solo ed esclusivamente ad una crisi della classe dirigente. O meglio, della classe politica. Perché in fondo è di questo che si scrive, dell’immobilismo che sembra aver preso i dirigenti politici: ministri, sottosegretari, capi di partito dell’uno e dell’altro schieramento. Ma non è così. Non è il paese ad essere bloccato, ma è piuttosto la sola classe politica ad essere paralizzata dal suo immobilismo e dai tentativi di superare la crisi che sta attraversando.

Se bastasse una crisi o un cambio di leadership a fermare la crescita dei paesi democratici gli Stati Uniti sarebbero sull’orlo del tracollo (Bush non è mai stato così fragile in termini di consenso interno), e l’Inghilterra sarebbe nel caos. Ma ciò non è accaduto. Non è accaduto perché in questi paesi esiste una classe dirigente che non c’entra molto con i politici, ma è fatta di persone che ogni mattina si alzano convinte di poter fare e dare il loro meglio, di poter inventare, creare, viaggiare, costruire imprese, chiudere grandi affari e svilupparne di nuovi con la sola forza delle loro menti e delle loro competenze. Si tratta di quella crescente schiera di manager, scienziati, ricercatori, artisti, amministratori delegati, banchieri, imprenditori, e molti altri «talenti creativi » che ormai lavorano su scala globale, si muovono e stringono affari, progetti e collaborazioni con i manager, gli artisti e gli scienziati dei più avanzati paesi del mondo. Sono quelli che portano davvero le loro organizzazioni e, di riflesso, i lori paesi, dentro i grandi giochi economici e culturali mondiali, quelli che spingono la frontiera del progresso, dello sviluppo e della ricchezza sempre un passo più avanti. Sono quelle persone che scelgono sempre più spesso di vivere e lavorare in posti ben precisi: Londra, Tokyo, New York, Stoccolma, Singapore, ecc.

Sono quelle persone che paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno saputo far crescere, e che invece l’Italia non ha saputo coltivare e fa fatica ad attrarre.

La chiusura di molti settori e la pervasività di logiche politiche in ambiti che vanno ben oltre quelli propri della politica ha impedito la formazione e la maturazione anche da noi di una solida e consistente «classe creativa », davvero globale e dinamica.

Tuttavia in Italia si tende a credere che questa mancanza sia causata da una sorta di ritrosia o incapacità dei reali o potenziali «talenti creativi globali» a prendere le redini, a tenere a cuore le sorti del nostro paese. Si cita spesso un loro presunto disinteresse verso l’interesse collettivo e la mancanza di un vero «orgoglio nazionale» (come ha sostenuto Padoa Schioppa in una recente intervista).

E qui si commette un errore. Innanzitutto non è vero che queste persone non abbiano senso dell’interesse collettivo; la loro visione di cosa esso sia può non coincidere con quella di Prodi o Berlusconi, ma non significa che sia assente. Per loro l’interesse collettivo è proiettato in una dimensione piu ampia, globale come le loro vite ed il loro lavoro; una concezione nuova e diversa degli interessi sociali, che taglia trasversalmente i talenti e i creativi di tutto il mondo. A loro non interessa la sopravvivenza politica di un ministro, l’oscuramento di Retequattro, o la possibilità di mantenere in mani nazionali una banca o una compagnia aerea. Ciò che davvero interessa è la competizione globale, il funzionamento dei mercati internazionali, la libertà di espressione, i diritti civili, il global warming, le emergenze sanitarie mondiali.

Come notava tempo fa il settimanale Business Week, siamo di fronte a persone che manifestano interessi più globali, più ambiziosi e soprattutto che cercano di darsi da fare in modo più diretto, meno formalizzato: aggirano governi e burocrazie, creano le loro stesse società e fondazioni, cercano un impatto concreto, piccolo o grande che sia. Insomma, hanno una visione meno istituzionalizzata, più informale e soprattutto più globale dei problemi sociali. Si può dire qualsiasi cosa di loro, ci si può rammaricare che non si iscrivano ai partiti o ai sindacati, ma di certo non ha molto senso l’accusa di non avere senso dell’interesse collettivo.

È questo il punto: se si riuscisse a cogliere questa dimensione di questi «talenti globali» forse si capirebbe che non è l’identità nazionale che li motiva. Perché i nuovi talenti globali non vivono e lavorano in un determinato paese perché si sentono orgogliosi di esserne cittadini, si sentono però legati ad un paese che consente loro di lavorare bene, in libertà, che dà loro gli strumenti educativi, culturali, organizzativi e istituzionali per poter costruire qualcosa basandosi sulle proprie forze. È un legame che non c’entra molto con l’orgoglio nazionale, ma ha a che fare con il peso delle scelte e del rispetto verso il proprio paese. La grande ricchezza degli Stati Uniti, per esempio, viene da una classe di «dirigenti» e creativi nati altrove, che non si identificano con i Founding Fathers, né tantomeno con Clinton o Bush, ma nutrono un profondo rispetto verso un paese che ha dato loro un’opportunità e che loro hanno scelto e continuano a scegliere ogni giorno.

Il problema maggiore dell’Italia e della sua classe politica non è scegliere il prossimo leader o nuovi dirigenti di partito, ma creare le condizioni per farsi scegliere da queste nuove generazioni. Imparare a motivarle e dar loro l’opportunità di misurarsi con qualcosa di nuovo e di più grande dell’Italia stessa.

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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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