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Scommettere su qualita' e preparazione
La Stampa, 27 Novembre 2011

E’ prassi comune, soprattutto tra i politici, additare gli economisti come i responsabili della crisi, della precarietà e dei milioni di giovani senza prospettive. Eppure molti economisti da anni non fanno che ripetere, proprio ai nostri politici, la necessità di investire di più nella formazione e nell’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro. Lo ha fatto anche ieri il neo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a La Stampa mettendo in evidenza tutte le contraddizioni dell’Italia.Un Paese che per reagire alle pressioni di un’economia globalizzata ha scaricato le sue debolezze sui più giovani. Col risultato paradossale che in un’economia mondiale sempre più trainata da conoscenza e innovazione, in cui la domanda ed il valore di competenze fresche tendono ad aumentare, l’Italia vede diminuire i salari d’ingresso dei suoi giovani laureati, persino di quelli di cui ha più bisogno, come gli ingegneri.
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Silicon Valley, il futuro si inventa ancora qui
La Stampa, 3 Aprile 2011.

Era il 1971 quando l’imprenditore Ralph Vaerst coniò il termine Silicon Valley, reso immediatamente noto al grande pubblico da un articolo di Don Hoefler, amico di Vaerst. La Silicon Valley, quindi, compie 40 anni. Certo, le radici affondano più lontano, e il primo laboratorio di semiconduttori che William Shockley fondò in quella zona risale al 1956. Ma è agli inizi degli Anni Settanta che ci si è accorti che lì stava accadendo qualcosa che avrebbe cambiato la vita di milioni di persone, è stato allora che la Silicon Valley ha preso consapevolezza della propria forza e identità.Perché certo Shockley non avrebbe potuto immaginare che da quella sua prima azienda, spin off dopo spin off, ne sarebbero nate, nel giro di pochi anni, altre 66! Ma la cosa più affascinante della Silicon Valley non è tanto come è nata, ma come si è evoluta e come ha saputo rinnovarsi nel tempo.Più di una volta è stata data per moribonda, vittima di crisi e bolle speculative. Eppure ogni volta ha saputo rialzarsi.
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Per chi suona la campana portoghese
La Stampa, 26 Marzo 2011

In mezzo ai drammatici eventi che ci vengono offerti dalla cronaca estera la crisi economica e politica del Portogallo può apparire secondaria, liquidata, come è stato fatto con Irlanda e Grecia, con il solito mantra secondo cui il nostro sistema bancario e fiscale è più solido del loro e che non abbiamo niente da temere. E’ un errore. Il caso del Portogallo ha delle peculiarità che lo distinguono dall’Irlanda e che lo avvicinano a noi più di quanto pensiamo. E riflettere sulla situazione portoghese potrebbe darci spunti molto utili. Il Portogallo infatti non ha visto grosse crisi del sistema bancario legate all’esplosione di bolle speculative come è successo in Irlanda o in Spagna, per esempio.Persino il calo del Pil dovuto alla crisi è stato meno pesante che in altri Paesi europei: nel 2009 il Pil portoghese è sceso del 2,5% contro il -5,2% dell’Italia, il -4,7% della Germania e il -4,9% dell’Inghilterra. Non è stato un crollo improvviso e repentino, ma una lenta agonia legata essenzialmente a un’economia che da oltre un decennio è incapace di crescere e di riqualificarsi, di passare da produzioni tradizionali sempre meno competitive di fronte ai Paesi asiatici a produzioni più moderne, diversificate e ad alto rendimento.
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Costituzione usata come scusa
La Costituzione italianaLa Stampa, 16 giugno 2010

Al di là dello scontro quasi ideologico che si solleva ogni volta che si tocca la Costituzione, ciò che colpisce del dibattito sull’articolo 41 è la tesi che questo articolo sia ciò che ha frenato e frena la competitività italiana e che, modificandolo, l’Italia possa tornare a competere sui mercati internazionali. Ma è davvero così? E’ vero che la competitività di un Paese dipende dalla sua Carta costituzionale? Questa è la domanda che dovremmo porci in questo momento.
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Disapprendimento estivo
La stampa,25/05/10

Far studiare meno i nostri ragazzi per far guadagnare di più alberghi e ristoranti.
Ecco di cosa stiamo discutendo in questi giorni in Italia.



La proposta del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa di ritardare al 30 settembre le aperture scolastiche per favorire il turismo ha incontrato il favore del ministro dell’Istruzione Gelmini e ha aperto subito un vivace dibattito. La Lega Nord si preoccupa delle famiglie che non sapranno dove parcheggiare i figli in settembre, alcuni sindacati accusano di voler rimandare il tema più importante delle retribuzioni dei docenti, altri sembrano più possibilisti (in fondo anche il turismo crea posti di lavoro). C’è poi chi si preoccupa se il provvedimento sia o no in linea con gli obblighi europei sulle ore minime di scuola. Ma nessuno, nemmeno il ministro dell’Istruzione, si è chiesto che impatto questo provvedimento può avere sui ragazzi e sul loro processo di apprendimento, di crescita, insomma: sulle persone che stiamo formando e che faranno il futuro del nostro Paese. Questo fatto, prima ancora della proposta in sé, è assolutamente sconcertante.
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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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