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Il mio intervento alla Camera dei Deputati sul DEF
6 Maggio 2013


Oggi il mio primo intervento in Aula, analisi e commento del Documento di Economia e Finanza 2013. Un discorso incentrato sui temi di impresa, lavoro e formazione , che ripercorre gli interventi del Governo precedente e sottolinea quelle che dovrebbero essere le linee guida per il futuro, per non tornare indietro . Di seguito il testo integrale.
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Università, valutiamo le qualità
La Stampa,24/07/10

Come periodicamente accade nel nostro Paese, si riaccende il tormentone vecchi contro giovani, con l’eterno tema del ringiovanimento dell’università italiana. L’occasione stavolta è la proposta del Pd di mandare in pensione tutti i professori sopra i 65 anni, un’idea lanciata già qualche mese fa ma tornata d’attualità dopo l’apertura del ministro Gelmini. Chiaramente numerosi professori vicini o già sopra la soglia si sono indignati, sentendosi rottamati come vecchie auto, rivendicando l’enorme patrimonio culturale e scientifico che in questo modo andrebbe buttato al vento. Altrettanto prevedibilmente i sostenitori della proposta hanno accusato chiunque fosse contro di voler difendere i baroni, di essere i peggiori nemici dei giovani e così via. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo dibattito un po’ scontato.


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L'emergenza dei giovani senza lavoro
La Stampa,11/03/10

Mentre l’Italia è distratta dai vari pasticci pre-elettorali il resto del mondo si interroga sull’emergenza economica più drammatica di questi ultimi tempi: la disoccupazione, che non dà cenni di miglioramento nemmeno di fronte ai timidi segnali di ripresa. Ma soprattutto si sta accorgendo che esiste un’emergenza dentro l’emergenza: la disoccupazione giovanile, che ha raggiunto livelli più che doppi della disoccupazione complessiva ed è in continuo aumento.



Mentre nell’ultimo anno la disoccupazione complessiva in Europa è passata dall’8% al 10%, quella giovanile è balzata dal 16,6% al 21,4%. Un aumento di circa il 30% in media, con punte del 50-60% in paesi come la Spagna (+49%), la Grecia (+56%), e persino in un paese tradizionalmente virtuoso su questo fronte come la Danimarca (+49%, anche se il tasso assoluto in questo paese resta tra i più bassi in Europa). Anche negli Stati Uniti il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: nel luglio scorso si contavano 4,4 milioni di giovani senza lavoro, contro un milione del luglio 2008. Questo ha aperto dibattiti serrati in molti paesi. Negli Stati Uniti, così come in Inghilterra o in Spagna, il tema viene costantemente affrontato sui giornali e sui media da economisti e politici, mentre in Danimarca è stato appena pubblicato uno studio ad hoc, commissionato all’Ocse, in cui viene analizzato il problema e sono valutate una serie di misure, inclusa una possibile revisione del loro «Welfare Agreement».
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Il circolo vizioso tra caste e amicizie
La Stampa,08/02/10

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.



Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.

Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.
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Per la scuola una scelta miope
La Stampa,22/01/10

La proposta del ministro Sacconi di abbassare l’obbligo scolastico da 16 a 15 anni nasce da un problema reale: i tanti giovani che interrompono gli studi prima dei 16 anni e che cadono nell’inattività o nel lavoro nero. Il problema quindi esiste, ed è importante affrontarlo. Quello che lascia perplessi però è il tipo di risposta, perché ha il sapore di una sconfitta.




Una risposta che prende atto di un fallimento e si adegua al ribasso. Anziché pensare a misure che stimolino e incentivino la frequenza della scuola, magari attraverso sistemi di borse di studio e di coinvolgimento e supporto alle famiglie, o una riorganizzazione vera dei sistemi di formazione lavoro, si lascia perdere. In un certo senso si getta la spugna. Perché affidare i giovani di quindici anni ai sistemi «formativi» extrascolastici significa lasciare soli, vista la totale inconsistenza della formazione extrascolastica in Italia. È vero, le imprese potranno beneficiare di un anno di manovalanza a basso costo e i giovani avranno un anno di esperienza lavorativa (che, attenzione, è ben diversa da vera «formazione»), ma tutto questo è un ripiego terribilmente di breve periodo e poco lungimirante. È come chi si brucia la casa per vendersi le ceneri. Oggi ci si guadagna un pochino, ma si perde un patrimonio molto maggiore per il futuro.

Uno dei problemi più grandi del sistema economico e produttivo italiano è proprio la scarsa qualificazione di tanti lavoratori, che entrati in azienda a quattordici o quindici anni, hanno maturato degli skills talmente specifici a un certo tipo di produzione, che poi diventa difficilissimo riconvertirli o sottoporli a nuova formazione molti anni dopo. È per questo che quando chiude una fabbrica si mettono in ginocchio intere economie locali. Un maggior livello di istruzione serve a questo: a rendere il lavoratore più flessibile, e più ricettivo a programmi di formazione futura.
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Bamboccioni, le soluzioni degli altri
La stampa 20/01/2010

Un fatto di cronaca nuovo ha riportato in auge un dibattito vecchio: il tema dei bamboccioni, con tutti i luoghi comuni che si porta appresso. La nostra cultura familistica, i nostri figli viziati, le mamme che non mollano. Ma la questione non è meramente socio-culturale. La percentuale di ultratrentenni (30-34 anni) che vivono con i genitori è quasi triplicata in venticinque anni: per gli uomini si va dal 15.5 del 1981 al 41 dei giorni nostri, per le donne, più indipendenti, si passa dall'8.7 al 20.8 per cento.


 

Una società non cambia «cultura» così in fretta: questo fenomeno ha importanti radici economiche. Ciò non significa, attenzione, che questi «bamboccioni» siano davvero tutte vittime, costretti a stare a casa da una totale mancanza di lavoro. Significa però che, per come sono strutturati il mercato del lavoro e il mercato della casa, è economicamente più conveniente stare con i genitori piuttosto che fare tanta fatica per veder solo peggiorare il proprio stile di vita. E' pura razionalità economica.
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Intervista a ''Il sole 24 ore''
Il sole 24 ore,07/10/09

di Loredana Oliva

"l'Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci", è il titolo del convegno in corso in queste ore a Roma a Palazzo Colonna, dove verrà discusso il primo rapporto sulla mobilità sociale nel nostro Paese, organizzato da Italia Futura. Anticipiamo, pubblicando il rapporto, tutti dati e le analisi con le soluzioni proposte al governo, che saranno presentate oggi al Presidente della Camera Gianfranco Fini, che interverrà nel pomeriggio. A commento dei dati l'intervista di Job24.it a Irene Tinagli, autrice della ricerca:le buone pratiche europee, spiega Tinagli, potrebbero sbloccare l'ascensore sociale, a tutela dei più giovani, delle madri lavoratrici, e delle famiglie con redditi bassi, sulla base del merito e del talento. Oggi docente all'Università' Carlos III di Madrid, Irene Tinagli è esperta d'innovazione, creatività e sviluppo economico. Ha portato in Italia le tesi di Richard Florida, le famose tre T(Talent, Tollerance e Technology) e ha esaminato il rapporto tra la società italiana e il talento nel suo libro "Talento da svendere" del 2008.



Irene Tinagli, Lei dice che solo il 6% dei ventenni italiani sente di trovarsi in situazioni migliori rispetto alla famiglia d'origine, mentre oltre il 41 % degli ultra cinquantenni può dire di aver avuto questo scatto sociale. E una condizione percepita o reale?

Una percentuale così bassa di giovani che sono consapevoli dell'immobilismo del quale sono prigionieri, implica una tale rassegnazione, che rende impossibile investire su se stessi, e andare a cercare le possibilità di uscirne, "perché tanto non sono per me", diranno. Poi ci sono i dati reali : in Italia, il 50 % dei redditi dei genitori si trasmette ai figli, la media europea è meno del 20 %.
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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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