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Federica Pellegrini: un segnale e una speranza
La Stampa, 28 Luglio 2011

La vittoria di Federica Pellegrini non è solo una splendida pagina sportiva, ma una rivincita e una speranza per milioni di donne italiane e di tanta parte della nostra società. Quella che è stanca di vedersi rappresentata nel mondo da scandali politici e giudiziari, debiti, risse e anziani signori abbarbicati alle proprie poltrone. Così come è stanca di vedersi rappresentata come un Paese di donne succubi e uomini predatori e opportunisti. Basta. L’Italia è anche quella che vediamo a Shanghai: forte e trionfante, competitiva, bella nel modo più bello e più sano. Sì, l’Italia è anche questa ed è meraviglioso vederla fresca e sorridente sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo.
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Rassegnazione, male italiano
La Stampa, 24 Maggio 2011

Tutti a casa . Un tempo era un grido di protesta rivolto ai politici, oggi sembra piuttosto una realtà di rassegnazione per milioni di Italiani. Tra i molti dati e analisi presenti nell’ultimo rapporto dell’Istat colpisce in modo particolare la persistenza in Italia di un bacino di inattività altissimo, soprattutto tra i giovani e le donne. Non persone disoccupate in cerca di lavoro, semplicemente ferme. Secondo i calcoli dell’Istat sono circa 3 milioni. Una cifra enorme. E la cosa più preoccupante è che per ben due milioni di queste persone il motivo di questa inattività è la convinzione che, tanto, sia inutile anche cercare lavoro. L’Istat li definisce gli inattivi scoraggiati. La loro percentuale sulla forza lavoro in Italia è più che doppia rispetto alla media degli altri Paesi europei, e sei volte superiore a quella della Francia. Siamo così di fronte ad una sorta di paradosso. Da un lato un tasso di disoccupazione ufficiale che è migliore di quello di molti altri Paesi europei (8,4% contro una media europea del 9,6%), dall’altro però un tasso di inattività che non ha eguali, arrivato al 37,8% contro una media europea del 29%. Da un lato un’economia mondiale che ricomincia a girare, con una crescita media del Pil globale che nel 2010 è stata del +5%, dall’altro una totale sfiducia degli Italiani nella capacità dell’Italia di agganciare questa ripresa e, soprattutto, di tradurla in nuova occupazione e crescita diffusa. Come mai?
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Chiedere di piu' e non accontentarsi
Irene Tinagli, pubblicato in: Italia Futura, 7 Marzo 2011

La questione “femminile” si accende anche negli Stati Uniti. Marzo è stato dichiarato il mese delle donne e per questa occasione l’amministrazione Obama ha supportato la realizzazione e la pubblicazione di un rapporto che delinea il quadro delle conquiste femminili ottenute negli ultimi 50 anni. Certamente le donne americane di strada ne hanno fatta tanta. Oggi rappresentano la maggior parte della forza lavoro degli Stati Uniti e hanno tassi di istruzione più elevati (il 35.9% delle donne tra i 25 e i 43 anni ha un titolo di laurea o superiore contro il 28.8% degli uomini). Tuttavia restano ancora molti aspetti d’ombra. Il punto più caldo del dibattito riguarda l’asimmetria nei salari che, come emerge dal rapporto, rimane tutt’oggi piuttosto marcata. Le donne statunitensi guadagnano, in media, il 75% del salario di un uomo.
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8 Marzo, le donne crescono
La Stampa, 6 Marzo 2011

Per quest’anno si prevede un 8 Marzo meno stucchevole e più pragmatico del solito. Un otto marzo che vede rianimato un dibattito sul ruolo della donna nella società che si era un po’ affievolito negli anni scorsi, e che comincia a ragionare in termini di azioni concrete, in Italia e altrove. Per una serie di coincidenze, infatti, nelle ultime settimane il dibattito sull’emancipazione femminile si è riacceso non solo a casa nostra (a seguito della manifestazione del 13 Febbraio e delle legge sulle quote rosa nei consigli di amministrazione che sta per essere approvata in Parlamento), ma anche in molti Paesi esteri. Negli Stati Uniti, grazie anche ad un rapporto commissionato dall’amministrazione Obama da cui emerge un consistente divario salariale tra donne e uomini, si è riaperto il dibattito sul Paycheck Fairness Act, una legge che potenzierebbe gli strumenti per combattere il gap salariale e che, approvata da tempo dalla House of Representatives, attende ora l’approvazione al Senato. In Inghilterra Lord Davies, ex banchiere ed ex ministro per il Commercio e gli Investimenti, ha recentemente riaperto la questione femminile dichiarando che le società quotate a Londra dovrebbero raddoppiare entro il 2015 la presenza femminile nei loro consigli di amministrazione, passando dall’attuale 12.5% ad almeno il 25%. E in Germania la Merkel, di fronte al continuo ritardo del mondo finanziario ed imprenditoriale tedesco (solo il 2.2% dei consigli di amministrazione delle prime 30 aziende quotate in borsa è rappresentato da donne), ha minacciato di introdurre quote rosa del 40% per tutte le aziende più grandi, scatenando un putiferio.
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Un segnale di vitalita' civile e sociale
La Stampa, 15 Febbraio 2011

Pur tra i mille distinguo e scetticismi della vigilia, la manifestazione di domenica ha mostrato una piazza pacifica, colorata, determinata ma composta, una piazza che ha riunito donne e uomini di ogni eta’ e di varia estrazione politica e sociale. Una manifestazione di questo genere la si puo’ criticare su vari fronti, ma non puo’ rappresentare una vergogna per nessuno. Perche’ in un paese democratico nessuno dovrebbe vergognarsi di manifestare pacificamente un disagio, casomai dovrebbe riflettere chi, pur accorgendosi che qualcosa non va, non ha il coraggio di farlo. Poi naturalmente si puo’ discutere sulle cause di tale disagio, sui modi di manifestarlo e sulle possibili soluzioni, ma resta il fatto che le infinite discussioni portate avanti negli ultimi anni all’interno di redazioni, talk show o dei salotti buoni non hanno prodotto quello che hanno prodotto domenica le piazze italiane: l’immagine chiara e cristallina di un’Italia che non si riconosce piu’ in una societa’ rimasta ancorata a modelli e stereotipi antiquati e consunti. [...] Osservatori e commentatori internazionali da mesi si chiedevano: ma perche’ la societa’ italiana non reagisce, in un senso o nell’altro? Ecco, le donne e gli uomini in strada domenica hanno dato una risposta a questa domanda.
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Una buona occasione per uscire dall'ombra
La Stampa, 12 Febbraio 2011

A guardarla da fuori la manifestazione delle donne di domani sembra un po’ una stranezza. E’ strano pensare che nel 2011 le donne italiane si debbano mobilitare non per nuove conquiste come potrebbe essere, per esempio, una legge più moderna sulla fecondazione assistita, il congedo paterno, o l’adozione per le donne single, ma semplicemente per ricordare agli altri (e a loro stesse?) che ci sono, che sono esseri umani con una propria dignità, una propria testa e non solo un corpo.Fa un effetto strano ma d’altronde la situazione italiana è, di per sé, un po’ anomala. E l’anomalia non è rappresentata tanto dall’immagine ancillare e ornamentale delle donne che viene offerta dalla televisione o da certa politica, ma dalla pervasività con cui tale concezione femminile permea, pur in modi diversi, tanti ambiti della società italiana, dal lavoro alle nostre famiglie.
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Ma noi siamo donne o bambole?
LaStampa, 25 Gennaio 2011

Molte donne in questi giorni si stanno interrogando sul loro ruolo nella società italiana, come è accaduto ogni volta che, in questi ultimi anni, qualche scandalo sessuale ha scosso il mondo della politica. Eppure la questione del ruolo femminile in Italia ha radici più profonde e diffuse di quanto emerga dalle ultime vicende di cronaca e va ben oltre i confini di Arcore o di via Olgettina. Se l'ennesimo scandalo che coinvolge il premier serve a riaprire il dibattito su un tema così importante, va bene, ma se vogliamo davvero cogliere l'occasione per una riflessione approfondita, non possiamo fermarci lì.
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Troppa ideologia allontana gli aiuti
La Stampa, 11 Novembre 2010

In questi giorni di grande attenzione verso i temi familiari in molti hanno evidenziato la contraddizione di un paese come l’Italia che parla tanto di famiglia ma che alla fine figura tra i paesi che spende di meno in politiche familiari. Una contraddizione che pero’, a ben vedere, non caratterizza solo l’Italia. Se si sposta lo sguardo all’Europa, si nota qualcosa di molto interessante: tutti i paesi tradizionalmente cattolici – Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Malta - sono in fondo alla classifica per quanto riguarda la spesa in politiche per la famiglia. In tutti questi paesi la spesa sociale per la famiglia e’ attorno all’1% del PIL, ben inferiore alla media europea del 2%. Ai primi posti troviamo invece paesi poco religiosi come Danimarca, Svezia, Austria, Germania, Finlandia, la cui spesa per le famiglie supera il 3%. Questo suscita inevitabilmente delle domande e merita una riflessione che vada oltre la spiegazione economica secondo cui tutti o molti dei paesi citati (Italia, Spagna, Portogallo) hanno problemi di deficit e debito che non consentono spese sociali. E’ vero, hanno alti deficit, ma le radici del problema sono probabilmente altrove.
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Il cognome della madre al primo posto
La Stampa,  5/11/2010

Mentre le donne italiane sono mortificate dall’ennesimo e orgoglioso rigurgito sessista, il processo di emancipazione delle donne spagnole procede spedito. È iniziata infatti oggi la discussione parlamentare di una legge secondo cui l’ordine dei cognomi assegnati alla nascita di un bambino (in Spagna un bambino prende i cognomi di entrambi i genitori) non metterà più al primo posto quello del padre

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Un patto sociale da riscrivere
La Stampa, 4 giugno 2010

L’Unione Europea riporta alla ribalta la questione dell’aumento dell’età pensionabile delle donne. Questione che il governo pensava di aver risolto con un provvedimento «graduale» da realizzarsi da qui al 2018. Talmente graduale da sembrare non sufficiente all’Ue a risolvere la situazione iniqua e anomala dell'Italia, dove le donne possono andare in pensione ben 5 anni prima degli uomini (pur avendo, tra l'altro, un'aspettativa di vita superiore di 6 anni).

Può sembrare strano che il governo, che da quando è in carica si è mostrato così deciso su tagli assai più critici (da quelli all’istruzione, alla ricerca, fino a quelli ai Comuni e alle Regioni), sia stato e sia ancora così cauto nell’implementare una misura che in fondo allineerebbe l’Italia agli altri Paesi europei e che porterebbe peraltro grossi benefici economici.

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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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