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Intervista SkyTG24 sulle elezioni spagnole

Qua la mia intervista a Sky TG24 di sabato 19 Novembre 2011 sulla crisi spagnola e le elezioni. 
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Responsabilita' collettive
La Stampa, 14 Novembre 2011

I grandi festeggiamenti che hanno accompagnato l’uscita di scena di Silvio Berlusconi fanno molto pensare. Si sente parlare di liberazione nazionale, come se fosse caduto un dittatore che da solo ha rovinato un Paese intero. Eppure quest’uomo che oggi nessuno, neppure tanti suoi alleati, pare abbia mai voluto, è stato votato non una ma ben tre volte dagli italiani. Tra l’altro l’ultimo suo successo risale alle amministrative del 2010, poco più di un anno fa, già in piena crisi economica e dopo vari scandali. Dimenticarsi questo dettaglio impedisce di fare un’analisi profonda del Paese e di operare una corretta distribuzione di responsabilità, sia rispetto a chi lo ha supportato così a lungo sia nei confronti di chi, avversandolo, non ha evidentemente saputo offrire agli italiani un’alternativa più convincente. C’è un altro aspetto che molti sembrano dimenticare nell’agitazione euforica di questi giorni. Ovvero la responsabilità non solo individuale ma collettiva della situazione economica attuale. È verissimo: oggi Berlusconi lascia un debito pubblico al 120%, una disoccupazione giovanile quasi al 30%, un tasso di attività femminile fermo al 46%, nonché un Paese ancora ostaggio di burocrazia, sprechi e corruttele.
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Il futuro e' piu' forte della crisi
La Stampa, 25 Settembre 2011

La settimana che ci lasciamo alle spalle non solo ha bruciato miliardi di euro sui mercati internazionali, ma sembra aver intaccato anche le speranze dei più tenaci ottimisti. In un momento simile è davvero urgente, come ha suggerito Christine Lagarde, che tutti i Paesi mettano da parte campanilismi ed esitazioni ed inizino a lavorare in modo più armonico e coordinato per ritrovare, in tempi più brevi possibili, stabilità finanziaria senza penalizzare ulteriormente la crescita. Tuttavia, anche in un momento così critico, è importante essere in grado, di tanto in tanto, di alzare la testa e saper intravedere le trasformazioni e le opportunità che si dispiegano nel lungo periodo. Provare a leggere i fatti di oggi non con la lente della cronaca, ma con quella della storia, per capire se e come questa fase si può inserire in un’evoluzione più ampia che abbia, alla fine, uno sbocco positivo. D’altronde la storia economica dell’occidente è costellata da crisi continue e da alcune fasi di grandi cambiamenti epocali, fasi in cui cambia il paradigma produttivo, l’organizzazione industriale e sociale di un Paese. Ogni volta che ci troviamo di fronte a tali trasformazioni ci sentiamo minacciati, in pericolo, pensiamo d’essere di fronte alla fine del nostro mondo e della nostra società. Ma la verità è che poi il nostro mondo è sempre andato avanti. E sempre in meglio. Noi siamo probabilmente di fronte ad uno di questi cambiamenti «paradigmatici». Un cambiamento che, però, siamo incapaci di vedere e accettare.
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Tremonti, gli economisti e la crisi
scritto per Italia Futura 16 Luglio 2011

Mentre milioni di italiani assistono inermi ad un tracollo che lo stesso ministro delle Finanze paragona al Titanic, è inevitabile chiedersi dove sia stato, fino ad oggi, il timoniere. Ed è inevitabile tornare col pensiero a tutte le volte che questi ci rassicurava sulla buona salute dell’economia italiana, mettendoci in guardia contro le cassandre e contro tutti quegli sciagurati economisti che gli remavano contro, che parlavano a vanvera, che non capivano nulla. “Gli economisti sono come i maghi”, tuonava il Ministro al Meeting di Rimini del 2009, “stiano zitti un anno o due e ne guadagneremo tutti”. Gli economisti, incalzava Tremonti, difendono i grandi interessi, mentre il Governo difende il popolo e le famiglie. Chissà se parlava di quello stesso popolo che oggi si ritrova con milioni di giovani senza lavoro, di piccole aziende che non riescono nemmeno a pagare le tasse e di quelle famiglie che nei prossimi anni vedranno ulteriormente affossato il loro potere di acquisto, l’accesso ai servizi e le opportunità per i propri figli.
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L'alleanza che paralizza l'Italia
La Stampa, 19 Dicembre 2010

Alcuni commentatori negli ultimi giorni hanno evidenziato l’impasse politica italiana, in cui una coalizione di governo ormai debole e monca resta tuttavia «aggrappata» al potere, come ha scritto il Financial Times. Pochi però si sono soffermati ad analizzare il contesto sociale che accompagna questa crisi, un contesto in cui sta germogliando un paradosso preoccupante per il futuro del Paese. Da un lato infatti siamo di fronte ad un governo che fatica ad agire e che ha fallito la sua missione più importante. Ovvero quella della rivoluzione liberale tanto declamata agli inizi. Come ci dicono anche gli ultimi dati la pressione fiscale in Italia è aumentata, la burocrazia non si è snellita, le amministrazioni pubbliche sono aumentate anziché diminuire, le liberalizzazioni sono bloccate, le professioni ancora più protette e la concorrenza in molti settori è ancora al palo. Dall’altro lato però troviamo un’opposizione - non solo politica ma anche civile e sociale - che anziché incalzare sul fronte delle riforme, dell’innovazione sociale ed economica, del progresso, si chiude sulla difesa dell’esistente, legittimando e dando voce ad una miriade di piccoli o grandi conservatorismi che nell’ultimo anno sono esplosi ovunque.
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Dalla crisi un'opportunita' per i talenti
La Stampa,24/10/2010

Come ha detto l'economista Paul Romer, è un vero peccato sprecare una crisi. Le crisi possono infatti essere ottime occasioni per ripensare vecchi modelli di sviluppo e investire in futuro, preparando il terreno per la creazione di nuove attività imprenditoriali, nuovi settori, nuove tecnologie . E questo non lo si fa, come hanno fatto alcuni Paesi, immettendo miliardi di euro o dollari per salvare grandi gruppi, o per stimolare la costruzione di opere pubbliche e case (che andranno ad ingrossare la mole di appartamenti vuoti che già invadono città e periferie), o per incentivare l'acquisto di cucine e lavastoviglie. Misure di questo genere possono solo servire a evitare il tracollo del vecchio (e sulla loro efficacia esistono comunque molti dubbi), ma non certo a creare le basi per qualcosa di nuovo. Il nuovo lo si costruisce pensando a ciò che deve crescere, formarsi, a ciò che sarà. Il nuovo lo costruiranno in larga parte le nuove generazioni, per questo oggi più che mai sarebbero necessarie politiche rivolte a loro.
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permalink | inviato da Irene Tinagli il 24/10/2010 alle 9:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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La Spagna sta meglio o peggio di noi?
Brutta settimana per il governo spagnolo. Prima la notizia del tasso di disoccupazione sopra il 20%. Poi il declassamento del rating da parte di Standard & Poor’s.



Ma se i giornali internazionali hanno dato più spazio al declassamento, è il dato sulla disoccupazione che ora preoccupa di più gli spagnoli e lo stesso governo. Perché contraddice quello che Zapatero ha sempre detto nei mesi scorsi e su cui ha sempre contato: ovvero che la crisi fosse in fase finale e che con il 2010 le cose sarebbero migliorate. Invece la disoccupazione non si ferma e molti economisti prevedono che resterà su questi livelli anche per tutto l’anno prossimo.
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Il recupero dell'identità americana
La stampa, 23/03/2010

L’approvazione della riforma sanitaria non è solo un’importante vittoria politica per un Obama un po’ indebolito dalla crisi economica. È un passo importante verso la costruzione di quella nuova America che Obama aveva in mente quando si è candidato alla Casa Bianca.



È una riforma che non tocca solo la sanità, ma tutta la società americana, ed è coerente con altre misure prese in questo anno di mandato, dal raddoppio degli investimenti nell’istruzione primaria alla recente riforma dei programmi scolastici. L’obiettivo di Obama non è, come gridano allarmati alcuni repubblicani, quello di fare un’America socialista ed egualitaria, ma di farla tornare ad essere una terra di opportunità per tutti, un Paese in cui il sogno americano torni ad essere possibile. Perché negli ultimi quindici anni l’America ha fatto, sì, un grande balzo in avanti, cavalcando la straordinaria rivoluzione tecnologica e scientifica partita negli Anni Ottanta, e riuscendo ad attrarre, motivare e premiare i talenti più brillanti da ogni angolo del mondo. Ma in questa enorme rincorsa ne ha lasciati moltissimi indietro. Tanti, troppi.
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L'emergenza dei giovani senza lavoro
La Stampa,11/03/10

Mentre l’Italia è distratta dai vari pasticci pre-elettorali il resto del mondo si interroga sull’emergenza economica più drammatica di questi ultimi tempi: la disoccupazione, che non dà cenni di miglioramento nemmeno di fronte ai timidi segnali di ripresa. Ma soprattutto si sta accorgendo che esiste un’emergenza dentro l’emergenza: la disoccupazione giovanile, che ha raggiunto livelli più che doppi della disoccupazione complessiva ed è in continuo aumento.



Mentre nell’ultimo anno la disoccupazione complessiva in Europa è passata dall’8% al 10%, quella giovanile è balzata dal 16,6% al 21,4%. Un aumento di circa il 30% in media, con punte del 50-60% in paesi come la Spagna (+49%), la Grecia (+56%), e persino in un paese tradizionalmente virtuoso su questo fronte come la Danimarca (+49%, anche se il tasso assoluto in questo paese resta tra i più bassi in Europa). Anche negli Stati Uniti il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: nel luglio scorso si contavano 4,4 milioni di giovani senza lavoro, contro un milione del luglio 2008. Questo ha aperto dibattiti serrati in molti paesi. Negli Stati Uniti, così come in Inghilterra o in Spagna, il tema viene costantemente affrontato sui giornali e sui media da economisti e politici, mentre in Danimarca è stato appena pubblicato uno studio ad hoc, commissionato all’Ocse, in cui viene analizzato il problema e sono valutate una serie di misure, inclusa una possibile revisione del loro «Welfare Agreement».
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Il circolo vizioso tra caste e amicizie
La Stampa,08/02/10

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.



Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.

Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.
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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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