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La rinascita del Brasile: tra crescita e modernita'
La Stampa 2 Aprile 2012

Tutti pazzi per il Brasile: ormai non c’e’ dibattito, reportage o conferenza che non tocchi il tema della sua miracolosa crescita. Il caso brasiliano fa innamorare soprattutto molti intellettuali di sinistra che vedono nelle sue sostanziose politiche redistributive un modello di sviluppo alternativo al rigore europeo e alla riverenza nei confronti delle istituzioni finanziarie e capitaliste occidentali. Un modello che attenua le diseguaglianze anziche’ acuirle. Ed e’ vero: tra tutte le economie emergenti, il Brasile e’ il Paese che ha saputo crescere in maniera piu’ equa, riducendo maggiormente la poverta’ e le diseguaglianze. La riorganizzazione e l’estensione delle misure di assistenza, attraverso il programma Bolsa Familia, hanno consentito di allargare la protezione sociale fino a coprire il 26% della popolazione, aumentando la frequenza scolastica dei bambini e le visite mediche. Risultati veramente straordinari in un paese da sempre piagato da poverta’ ed emarginazione. Ma un conto e’ apprezzare le politiche sociali e redistributive del Brasile, altro conto e’ capire le radici e la natura della sua crescita, capire cosa ha permesso e continua a rendere possibile questa redistribuzione. Nessuno sembra chiedersi: ma da dove arrivano tutti questi miliardi da spendere in politiche sociali?
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La distanza tra Roma e Madrid
La Stampa 30 Marzo 2012

Sciopero generale ieri a Madrid: i sindacati si ribellano alla riforma del lavoro e manifestano tutto il loro dissenso. Il governo tuttavia, forte anche del plauso della Commissione Europea e degli osservatori internazionali, dichiara di non avere intenzione di fare alcun passo indietro. La Spagna come l’Italia? Solo in apparenza. La riforma spagnola per certi versi e’ piu’ radicale di quella italiana eppure, grazie alla forte maggioranza parlamentare uscita dalla urne, Rajoy si e’ potuto permettere un percorso meno mediato e con meno intoppi. La situazione italiana e’ molto diversa. Nonostante Monti dichiari che i cittadini appoggino la sua riforma, il suo consenso ha una natura molto diversa da quello di Rajoy. Senza togliere niente all’efficacia dell’azione del governo Monti, buona parte del suo consenso vive di luce riflessa e inversa: e’ la grande debolezza dei partiti a dargli molta forza.
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Disuguaglianza e poverta': quali interventi?
di Irene Tinagli e Sandro Brusco

pubblicato si Italia Futura, 9 Marzo 2012

Di disuguaglianza e povertà si discute continuamente ma il dibattito su questo tema tende a polarizzarsi su posizioni contrastanti ed è spesso nutrito da considerazioni ideologiche, con scarso fondamento nella realtà dei dati.Siamo convinti che un ragionamento sulle misure di lotta alla povertà e disuguaglianza debba partire dalla comprensione del fenomeno in questione. L’Italia è una nazione ad alto livello di disuguaglianza di reddito, simile al livello di altri paesi dell’Europa meridionale ma tra i più alti nell’Europa continentale. La disuguaglianza è cresciuta negli ultimi trenta anni e l’aumento è stato concentrato soprattutto all’inizio degli anni novanta.Nel nostro Paese buona parte della disuguaglianza deriva dal persistente divario tra Nord e Sud: i dati sulla diseguaglianza di reddito ci forniscono una fotografia del Sud come territorio non solo più povero ma anche più diseguale rispetto al Nord del Paese. I dati della Banca d’Italia (Indagine sui bilanci delle famiglie, 2010) parlano chiaro sulle caratteristiche che rendono i nuclei familiari più poveri: le famiglie che vivono in condizioni di povertà sono principalmente quelle che vivono con un solo reddito e che hanno un capofamiglia poco istruito. Si tratta spesso di famiglie giovani dato che le più anziane tendono a essere meglio protette dal sistema di welfare. Sul fronte dell’occupazione i dati non sono più confortanti. L’Istat ci suggerisce che il fenomeno della scarsa partecipazione al mercato del lavoro interessa entrambi i generi ma si manifesta in modo più evidente per le donne: quasi metà (46,8%) nella fascia di età 15-64 anni non lavora. Ci sono due modi complementari per affrontare la disuguaglianza: interventi di redistribuzione o interventi di crescita.
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L'Italia non sa dare valore ai suoi laureati
La Stampa 7 Marzo 2012

Per tutti quelli che da tempo si accalorano nel dire quanto inutile sia la nostra universita’, gli ultimi dati dell’indagine Almalaurea potrebbero sembrare una conferma delle loro opinioni. Aumenta infatti il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea, sia per coloro che escono dalla triennale (dal 16% al 19%) che per quelli che hanno intrapreso la specialistica (dal 18% al 20%). Mentre tra i laureati che invece lavorano aumenta il tasso di “precarieta” e diminuisce, intermini reali, il salario di ingresso. E’ prevedible quindi che adesso riemergano interpretazioni che leggono in questi dati i sintomi dell’inutilita’ del titolo di studio, della cattiva qualita’ delle nostre universita’ o delle cattive abitudini dei nostri giovani, che cercano la laurea quando non e’ necessaria, o che si rifiutano di spostarsi o di fare lavori piu’ umili e via dicendo. Questa lettura non solo e’ parziale e incompleta (perche’ comunque l’occupabilita’ e gli stipendi dei laureati restano complessivamente migliori che per gli altri) , soprattutto quando a farla non sono accademici in vena autocritica, ma rappresentanti del mondo delle imprese, della politica e del lavoro.
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Agenda Digitale? Qualche idea dal Brasile
Pubblicato su Wired di Marzo 2012

[...] Il Governo Italiano ha recentemente annunciato la definzione di un’Agenda Digitale per l’Italia che includa temi come open data, e-government, innovazione sociale. Per un paese come il nostro, periodicamente arenato sulla “legge bavaglio”, abituato a considerare la banda larga un accessorio e internet quasi uno strumento pericoloso, e dove molti sembrano rimpiangere l’uso dell’abbecedario a scuola, tutto questo puo’ sembrare un miraggio, ma non lo e’. E non deve esserlo. Perche’ la tecnologia, l’innovazione, non sono ne’ intrínsecamente buone ne’ cattive: sono strumenti, opportunita’. Possono aiutarci enormemente ad alleviare emarginazione, a lottare contro la corruzione e l’evasione, a garantire trasparenza e informazione, contrinuendo quindi a rendere la societa’ piu’ equa e partecipativa. Dipende da noi. La sfida e’ grande, ma anche la posta in gioco lo e’. E quindi e’ doveroso provarci.
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Nuove regole per vivere senza posto fisso
La Stampa, 3 Febbraio 2012

La realtà è questa: in Italia ci sono oltre 10 milioni di persone, tra cui moltissimi giovani, che vivono situazioni di lavoro inesistenti oppure estremamente precarie. E per precarie, sia ben inteso, non si intende semplicemente un contratto a tempo determinato, ma si intende una posizione di lavoro in cui non si ha alcuna forma di tutela, dove non ci si può permettere di ammalarsi né tantomeno una gravidanza, dove non ci sono ferie pagate né indennità di fine rapporto e dove, come nel caso delle migliaia di persone costrette ad aprirsi una partita Iva pur non essendo professionisti, bisogna anche pagarsi da soli i contributi che normalmente paga il datore di lavoro. Per queste persone il miraggio non è tanto il posto fisso, ma condizioni di lavoro degne di questo nome, e un qualche supporto che le aiuti quando un contratto finisce e hanno bisogno di tempo o di nuova formazione per trovarne un altro. Milioni di giovani di fatto chiedono questo. Quello che già hanno gran parte dei loro coetanei nel resto d’Europa. Di fronte a questa realtà possiamo fare due cose.
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Se non ora quando?
La Stampa, 1 Febbraio 2012

Ormai non fa più nemmeno notizia: la disoccupazione giovanile in Italia non accenna a scendere. Anzi, su base annua, continua a salire. Secondo i dati resi noti ieri dall’Istat è al 31%. Fin dove dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito? Forse qualcuno dovrebbe ricordare a politici, sindacalisti e amministratori di vario livello e colore che continuare ad ignorare il problema, ricordandosene solo per qualche slogan nei comizi, non farà cambiare direzione a questo trend. Ma soprattutto qualcuno dovrebbe ricordare loro che questo andamento ci porterà dritti dritti verso una situazione di gravissima insostenibilità sociale ed economica. Non si tratta solo dei giovani, ma di tutti noi. Per capirsi: dire che stiamo mangiando il futuro dei giovani è una sciocchezza. Perché in realtà stiamo mangiando quello di tutta la nazione, incluso quello di tante signore e signori che oggi guardano con compassione e commiserazione questi «poveri ragazzi». Perché tra dieci-quindici anni avremo qualche milione di adulti con scarsi stipendi, poca e probabilmente cattiva esperienza lavorativa, e quasi zero contributi cumulati. E avremo, di conseguenza, un Paese che non riuscirà a sostenere né crescita né spese sociali, perché avrà una forza lavoro che non sarà in grado, suo malgrado, di contribuire sufficientemente alla produttività, alle entrate e alla crescita.
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Israele: la faccia tosta fa startup
La Stampa, 31 Gennaio 2012

Se si chiede ad alcuni dei più affermati imprenditori e investitori dov’è la nuova Silicon Valley, molti risponderanno: Israele. In effetti i dati sono sorprendenti. È il Paese con la più alta densità di start-up al mondo (una ogni 1.844 cittadini), un livello di investimenti di venture capital che, nel 2008, era due volte e mezzo più alto di quello registrato negli Stati Uniti, 30 volte maggiore del livello europeo e 80 volte di quello cinese. Ed è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per numero di imprese quotate al Nasdaq. Per rendere un’idea: un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe assieme. Ma cosa c’è dietro il «miracolo economico» d’Israele?
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E' in gioco un cambiamento profondo
La Stampa, 21 Gennaio 2012

Tra attese e polemiche, sono arrivate le liberalizzazioni. Molte critiche erano già partite prima ancora del decreto, figuriamoci adesso. Ogni dettaglio sarà scandagliato, ogni partito metterà i propri paletti, ogni lobby si armerà fino ai denti. In tutto questo rumore l'opinione pubblica rischia di restare confusa e divisa. A cosa servono davvero, chi ci guadagnerà e chi ci perderà? Fioriscono stime e tabelle, ma essendo le previsioni incerte per definizione, alla fine molti temono che chi ci perde sia più di chi ci guadagna. Le tariffe dei professionsiti diminuiranno, anzi no, aumenteranno. Si creeranno nuovi posti di lavoro, anzi no, la concorrenza li distruggerà. E così via. E su queste confusioni e paure giocano molte lobby e molti politici. Il rischio però è che si perda di vista la vera essenza delle liberalizzazioni e l’impatto complessivo che possono avere sul Paese.
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Se l'Europa non pensa al futuro
La Stampa, 6 Gennaio 2012

Il 2012 dovrà essere l’anno dei giovani. Dovrà esserlo per forza, perché non è più tollerabile che Paesi che si sciacquano tanto la bocca con parole come crescita e futuro accettino in silenzio milioni di giovani sempre più soli, senza lavoro, senza protezioni sociali né prospettive. In Italia la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni ha oltrepassato il 30%. E anche se i sindacati gridano all’emergenza licenziamenti e disoccupazione complessiva, non è così: il problema sta nella fascia giovanile. Il tasso di disoccupazione degli adulti è più o meno lo stesso di un anno fa. Quello dei giovani in un solo anno è passato dal 26% al 30%. Prima della crisi era al 20%. E spesso non si è trattato nemmeno di licenziamenti, perché la maggior parte di questi giovani non hanno mai visto un contratto a tempo indeterminato, non hanno mai visto indennità di disoccupazione, cassa integrazione, né supporto per maternità o malattia. Si sono semplicemente visti chiudere progetti, scemare le commesse, non rinnovare incarichi. Nessuna violazione dello statuto dei lavoratori, niente di cui i sindacati abbiano da lamentarsi, tutto regolare. Delle specie di morti rosa, che non fanno rumore, che si consumano nel silenzio dei nuclei familiari e che non mobilitano la piazza.
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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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