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Precari: quanti tutori non richiesti
La Stampa, 17 Aprile 2011

Non c’è dubbio che il tema della precarietà e dei giovani sia ormai diventato centrale nel dibattito pubblico. Una centralità che si nota non solo dalla quantità di persone che ogni volta si mobilitano attorno ad esso, ma da come personaggi politici, amministratori o sindacalisti abbiano ormai incorporato questo tema nei loro discorsi e siano diventati molto abili a dare voce a quel senso di smarrimento e paura che serpeggia tra milioni di persone.
Da Tremonti a Vendola, non ce n’è uno che non inveisca contro il dramma della società precaria, delle minacce che ci «mangiano il futuro» e che non approfitti di piazze e palcoscenici per rievocare paure e scagliarsi contro tutti i nemici dei giovani e dei precari. Accuse appassionate e confuse, che coinvolgono alla stessa maniera Berlusconi e la Cina, la Gelmini e Lele Mora, la globalizzazione e l’immigrazione in una sorta di teoria del complotto globale che ci condanna tutti ad essere vittime senza scampo. Visioni apocalittiche che strappano facilmente applausi, ma che lasciano molti interrogativi su quale idea di futuro disegnino per i nostri giovani.

In effetti, ascoltando i discorsi dei politici che si cimentano con questo tema, ci accorgiamo che ciò che evocano e che propongono non contiene nessuna idea di futuro, ma solo di passato. A forza di cavalcare l’onda del «si stava meglio prima», molti hanno finito per convincersi che l’unica risposta ai cambiamenti globali sia tornare a trent’anni fa.
Ovvero tornare alla lotta di classe, alle ideologie, allo Stato imprenditore, ai baracconi statali, al posto a vita per tutti, e cosi via. Un ritorno al passato che ha mietuto vittime tra personaggi illustri ed autorevoli tanto a destra quanto a sinistra: ministri, segretari di partito e di sindacati. Ma perché in così tanti sono caduti in questo ripiegamento nostalgico? In parte per naturale istinto di autoconservazione. Gli stravolgimenti degli ultimi tempi certamente mettono in discussione il ruolo delle politiche pubbliche, dello Stato, dei partiti, dei sindacati. E il terrore delle persone che operano in questi ambiti è proprio un ripensamento di modelli che possa indebolire il loro ruolo. E quindi non stupisce che il ministro dell’Economia accarezzi l’idea di intervenire in modo sempre più diretto nell’attività produttiva del Paese, così come i segretari di alcuni sindacati rivendichino con più veemenza di prima l’intoccabilità di tutto ciò che giustifica la loro esistenza.

In parte perché pur avendo capito e saputo dar voce a certe paure, fanno fatica a comprendere la molteplicità dei bisogni delle nuove generazioni e i cambiamenti sociali e culturali che il mondo sta attraversando. Lo smarrimento che milioni di giovani avvertono, in Italia come altrove, non è solo legato al timore di restare senza pensione o alla nostalgia di garanzie che loro stessi non hanno mai conosciuto. È un disagio che nasce anche da una voglia di costruire qualcosa di nuovo, qualcosa che assomigli più a loro e non ai loro genitori o nonni, qualcosa più in sintonia con ciò che avviene nel resto del mondo e che loro conoscono e odorano assai meglio di noi.

In altre parole, tanti di questi ragazzi non vogliono una vecchia gabbia arrugginita che li intrappoli, ma una rete che li aiuti a non fracassarsi quando provano a volare. Certo, se l’alternativa alla gabbia è il vuoto, sceglieranno la gabbia. Ma non è questo ciò a cui anelano e non dovrebbe essere questo ciò verso cui vengono spinti. Ecco, di fronte a questo esercito di persone che cercano modi per sviluppare le proprie potenzialità, per contare di più e avere maggiore controllo della propria vita, politici e sindacalisti rispondono invece additando le ambizioni e l’intraprendenza individuali come il vero male che affligge la nostra società, il tarlo che illude i giovani. Così facendo lanciano il messaggio opposto: voi non contate e non potete nulla, affidatevi a noi e tutto si sistemerà. Questo tipo di mentalità ci spiega come mai al Festival del Giornalismo, di fronte ad un discorso che incoraggiava i giovani ad investire in se stessi e a far leva su istruzione ed esperienze internazionali per acquistare più sicurezza e forza contrattuale, Susanna Camusso, il segretario generale della Cgil, abbia tacciato tale incoraggiamento di «pericolosità sociale» perché «crea l’illusione che si possano raggiungere risultati attraverso l’impegno individuale, mentre ciò è possibile solo attraverso l’azione collettiva».

È chiaro che l’impegno individuale non potrà, da solo, raggiungere risultati collettivi importanti e di lungo periodo (anche se, per esempio, è stato il gesto individuale di Bouazizi ad accendere la rivolta in Tunisia, non un’azione sindacale). Tuttavia insistere sulla contrapposizione tra azione collettiva e impegno individuale, come se l’una dovesse necessariamente escludere l’altra, non serve a nessuno. La prima lavora sui tempi lunghi che spesso attraversano generazioni, il secondo dà la forza e gli strumenti per affrontare il quotidiano. Entrambi sono importanti. Contrapporli non aiuta soprattutto ad immaginare e costruire una società innovativa e motivante, unitaria e solidale ma consapevole delle ambizioni e responsabilità individuali. Una società, in sintesi, in cui chi ha dei sogni sia stimolato a perseguirli e non venga percepito come un pericolo dai suoi stessi governanti. Perché se politici e sindacalisti vogliono davvero che gli italiani si «riprendano il futuro» non possono certo pensare che lo facciano delegando tutto a loro e stando fermi ad aspettare.

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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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