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Chiedere di piu' e non accontentarsi
Irene Tinagli, pubblicato in: Italia Futura, 7 Marzo 2011

La questione “femminile” si accende anche negli Stati Uniti. Marzo è stato dichiarato il mese delle donne e per questa occasione l’amministrazione Obama ha supportato la realizzazione e la pubblicazione di un rapporto che delinea il quadro delle conquiste femminili ottenute negli ultimi 50 anni . Certamente le donne americane di strada ne hanno fatta tanta. Oggi rappresentano la maggior parte della forza lavoro degli Stati Uniti e hanno tassi di istruzione più elevati (il 35.9% delle donne tra i 25 e i 43 anni ha un titolo di laurea o superiore contro il 28.8% degli uomini). 
Tuttavia restano ancora molti aspetti d’ombra. Il punto più caldo del dibattito riguarda l’asimmetria nei salari che, come emerge dal rapporto, rimane tutt’oggi piuttosto marcata. Le donne statunitensi guadagnano, in media, il 75% del salario di un uomo.

Una disparità che si manifesta già al primo anno di lavoro e che si cumula nel tempo. A un anno dalla laurea le donne che lavorano full time guadagnano l’80% del salario dei loro colleghi maschi, mentre a 10 anni dalla laurea tale divario aumenta e le donne guadagnano, in media, solo il 69% degli uomini. 

Una differenza su cui chiaramente pesano le scelte di maternità (le donne con bambini hanno interruzioni lavorative che influenzano le carriere e i guadagni futuri) e le scelte del settore di studi (le donne sono più inclini a scegliere ambiti di studio e lavoro con occupazione meno retruibuite come lettere, psicologia, etc.). Tuttavia il dato interessante è che, anche a parità di percorsi di studi e scelte personali (matrimonio, figli etc.), il divario tra uomini e donne persiste. E in un paese in cui la realizzazione personale passa molto attraverso il lavoro e le pari opportunità di carriera e di gratificazione economica, una situzione del genere viene percepita come una enorme ingiustizia sociale. 

Anche per questo è interessante notare come le battaglie delle femministe americane degli ultimi anni si siano concentrate, non tanto sulla richiesta di maggiori aiuti pubblici o servizi come asili, congedi di maternità/paternità, assegni di supporto o bonus bebè, ma su un rafforzamento delle leggi che garantiscano l’uguaglianza di salario (proprio in questi mesi si sta discutendo del Paycheck Fairness Act, approvato dalla House of Representatives e che attende l’approvazione del Senato, una legge che rafforzerebbe significativamente l’efficacia dell’Equal Pay Act del 1963) e su tutti gli strumenti che possano aiutare le donne a rafforzare la propria posizione negoziale di fronte ai datori di lavoro.

E’ stato infatti dimostrato da numerose ricerche, e in particolare dagli studi della professoressa Linda Babcock della Carnegie Mellon University, che le donne fanno molta più fatica a negoziare posizioni occupazionali e salari migliori. 

“Le donne aspettano che gli vengano offerti aumenti di salario, aspettano che gli vengano proposte promozioni sul lavoro, o affidati incarichi migliori e di maggiore responsabilità. Ma è raro che queste cose vengano offerte spontaneamente”, sostiene la Babcock, quindi le donne finiscono per essere penalizzate da questa “incapacità di chiedere”. E questa timidezza si paga e si rilfette anche nelle statistiche sul divario di salari. Secondo le stime della Babcock, una mancata negoziazione agli inizi della loro carriera può costare alle donne tra un milione e un milione e mezzo di dollari nell’arco della loro vita professionale. 

Non è facile però combattere questa ritrosia perché deriva da un retaggio culturale molto radicato non solo nelle donne, ma nella società che le circonda. Per questo la professoressa Babcock e l’Università di Carnegie Mellon hanno stretto un accordo con le “Girls Scout of America”e da cinque anni portano avanti un programma di formazione per le bambine tra gli 8 e gli 11 anni, insegnando loro a non aver paura di farsi avanti, a non accontentarsi di ciò che hanno e imparare a chiedere qualcosina in più. Perché a forza di accontentarsi di qualcosa in meno, si finisce per restare aggrappate al minimo. E forse le donne italiane ne sanno qualcosa...

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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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