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Grande società. L'illusione di Cameron
La Stampa,21/07/10

Una «grande società »: è questo il cavallo di battaglia del premier britannico Tory, David Cameron. Una società dinamica, attiva, solidale, che stimoli i cittadini a riunirsi, occuparsi una buona volta della propria comunità dandogli la possibilità di decidere cosa è meglio per loro.



Una grande società in movimento contrapposta ad un grande Stato lento e  invasivo, che imbriglia l’iniziativa individuale e che costa troppo ai cittadini. Un’idea che in verità Cameron aveva già lanciato molto tempo fa e sulla quale aveva impostato buona parte della sua campagna elettorale.

Un’idea affascinante perché in realtà mutua tutta una serie di concetti molto vicini al «labour», come l’idea della solidarietà, della collettività, della vicinanza alla gente e della lotta alla povertà e alle ineguaglianze, ma che declina questi stessi concetti in chiave «tory» enfatizzando il ruolo dell’individuo e la necessità di ridurre il peso dello Stato che è poco efficiente e grava sulle tasche dei cittadini.

Quindi la comunità locale e la società civile come dimensione più adatta a supportare l’individuo, come mezzo per consentire alle persone di muoversi e attivarsi in modo snello, senza burocrazie, per affrontare al meglio le diverse necessità di ognuno. E soprattutto come sostituto dello Stato in una serie di funzioni che le persone e le associazioni di cittadini possono gestire da sole. «Il potere alla gente», questounodegli slogan più accattivanti di Cameron, che sembra quasi rompere steccati ideologici e distinzioni destra-sinistra.

Ma cosa significa questo in concreto? Questo è quello che molti si stanno chiedendo. Di fatto la grandei dea di Cameron,che da un punto di vista teorico è molto ricca di spunti culturali, con numerosi riferimentia lle ricerche sociali e psicologiche, non è però ancora molto chiara sulle azioni nelle quali si concretizzerà. Tuttavia non è difficile interpretare il pensiero teorico, anche alla luce di una serie di tagli annunciati,e tradurre la grande idea in sostanza pratica: significherà meno pensioni sociali e ammortizzatori statali, ma più libertà e supporto per le associazioni di volontari che fanno assistenza agli anziani a livello locale, meno asili e scuole statali e più scuole di quartiere gestite dai genitori, e così via. Il ruolo dello Stato non sarà più quello di sobbarcarsi le spese di tutta questa assistenza che, secondo Cameron, nonf a altro che deresponsabilizzare l’individuo,ma supportare e coordinare il proliferare di organizzazioni spontanee locali che non solo stimolano l’attività e la solidarietà ma che costano anche meno.

Il problema che Cameron non considera o non vuol vedere però è duplice. Il primo è che, se davvero lo Stato vuole stimolare e supportare degnamente le associazioni civili in tutti i settori di assistenza in cui attualmente opera, con la stessa capillarità territoriale, il costo dell’operazione non sarà inferiore al costo dello Stato attuale.



La seconda e ancor più importante questione riguarda l’effettiva adeguatezza della società civile, pur grande e dinamica che sia, di raggiungere e mantenere su tutto il territorio nazionale quel livello qualitativo e quel minimo di omogeneità territoriale che serve per far crescere il Paese e attutire le diseguaglianze tra regione e regione. Gli apparati statali certamente tendono a produrre inefficienze e alti costi. Ma non dovremmo scordarci che tutti i grandi passi avanti delle società moderne, dalla sfida dell’alfabetizzazione a quella della conquista dello spazio o quella dell’innovazione tecnologica e dell’internettizzazione del mondo, sono stati compiuti grazie alla capacità di investimento massivo, costante e d’avanguardia che gli Stati hanno fatto in istruzione, in ricerca, in infrastrutture, in servizi sociali che consentissero al Paese di muoversi tutto intero verso un obiettivo condiviso, di qualità, di competitività internazionale.

Purtroppo le numerose comunità sociali che si creanoalivello locale,puravendocentinaiadipregi lodevolissimie meritevoli di supporto, tuttaviahanno anche dei limiti intrinseci legati alla qualità dei serviziche sono in grado di fornire, alla loro capacità di visione strategica di lungo periodo e di comprensionedelledinamicheeconomichee sociali globali.

Da questo punto di vista il problema principale della Big Society ipotizzata da Cameron è proprio quello di frammentare il Paese in un mosaico di iniziative locali che non saranno in grado di garantire omogeneità e qualità in tutto il Paese, accentuando le disuguaglianze che si propone di affrontare.

Ed è questo il vero rischio della grande strategia di Cameron, che anziché costruire una grande società che liberi l’Inghilterra, finisca per alimentare mini-comunità che intrappoleranno gli inglesi in piccoli destini locali. Insomma, il dilemma di fronte al quale si troverà presto David Cameron è: Big Society o Smal lCommunities?

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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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