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Crescere senza paternalismi
La Stampa 8 Ottobre 2011

Volete costruire un’azienda di successo? Assumete giovani ben preparati. Perché giovani? Semplice: perché sono più svegli». Con la sua solita schiettezza Mark Zuckerberg si rivolse così, pochi mesi fa, ad una platea di imprenditori riunitasi all’Università di Stanford. I giovani sanno destreggiarsi con le tecnologie, non hanno bisogno di ricorrere sempre ai manuali d’istruzione, sanno risolvere da soli un sacco di cose, imparano alla svelta e hanno voglia e curiosità di farlo. E poi hanno vite più semplici, di solito non posseggono automobili, case o famiglie e possono concentrarsi sulle grandi idee, i progetti veramente interessanti e di lungo periodo. Insomma: competenze, entusiasmo, voglia di imparare e orizzonti lunghi. Ovvero tutto quello di cui avrebbe bisogno l’Italiae a cui invece rinuncia lasciando a casa milioni di giovani . E’ questo quello che anche Mario Draghi ci ha ricordato ieri. Ribaltando il paradigma di senso comune secondo cui «non c’è lavoro per i giovani perché non c’è crescita», Draghi ha sottolineato che la relazione causale tra occupazione giovanile e crescita va anche in direzione opposta: più emarginiamo i giovani e meno crescita avremo. Perché con loro teniamo fuori dal sistema produttivo un gran potenziale di innovazione, di energie e competenze. Ma quanto pesa questa emarginazione sulla nostra economia?
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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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