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Dopo tante parole tutto come prima
La Stampa,15/10/2010

Desta scalpore lo stop alla riforma dell’Università dato dalla Commissione Bilancio. Fa discutere sia perché questa riforma è stata sempre presentata dal governo come uno dei perni della sua azione innovatrice, sia perché mette in mostra le contraddizioni di un rimpallo di responsabilità e di uno scarso coordinamento tra vari ministri.



Ma non erano proprio il ministro Tremonti e la Gelmini che non molto tempo fa ci rassicuravano che le risorse per la riforma dell’Università c’erano? Insomma, questa riforma ha assunto ormai un significato politico molto forte: il suo slittamento a fine anno sarebbe un duro colpo all’immagine del governo, in una fase peraltro molto delicata.
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Perché non siamo un Paese per scienziati
La Stampa, 30/08/2010

Gli italiani non sono solo un popolo di poeti e navigatori, ma anche di ottimi medici e scienziati. Non c’era certamente bisogno di una nuova classifica per appurarlo, tuttavia la lista della Virtual Italian Academy, che valuta la performance in termini di pubblicazioni e di impatto accademico di 400 ricercatori italiani, ce lo conferma e ci costringe a ricordare nomi di nostri illustri connazionali che troppo spesso lasciamo in ombra. Nomi come quelli di Carlo Croce, Napoleone Ferrara, Giorgio Trinchieri, Alberto Mantovani e molti altri ancora. Uomini (e donne, come Silvia Franceschi, a capo del gruppo di biologia ed epidemiologia dell’Agenzia internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione) che hanno dato e stanno dando contributi essenziali alla lotta contro malattie come il cancro, l’Hiv, la leucemia, l’epatite e molte altre che affliggono il genere umano.



La classifica però ci offre anche altri spunti di riflessione. La prima cosa su cui ragionare è la constatazione che una grande fetta di questi nomi eccellenti non stanno conducendo la loro ricerca in Italia ma all’estero.
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Tutti eguali di fronte al concorso
La Stampa 30/07/10

Dopo tante polemiche e dopo tanta pazienza, Mariastella Gelmini finalmente esulta. E ha molte ragioni per farlo.

La sua Riforma è stata approvata ieri in Senato, con un impianto sostanzialmente integro, non stravolto dalle centinaia di emendamenti che rischiavano di snaturarlo completamente. Ma l'approvazione del ddl non è solo un ottimo successo per il ministro, ma anche, nel complesso, un buon passo avanti per l'Università Italiana.




Alcune delle misure introdotte rappresentano delle innovazioni «culturali» sicuramente di rilievo, perché per la prima volta si introduce l'idea di valutazione sia sulle attività degli Atenei che sulle attività dei singoli docenti, anche i professori quelli già inseriti nel sistema. Le valutazioni non sono drastiche e mieteranno forse meno vittime del previsto, ma intanto viene introdotto nel sistema il «germe» della valutazione, del «merito», quel cambiamento culturale che per anni è stato oggetto di tanta retorica e annunci, ma rarissime azioni concrete.
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Talento da svendere
«Un libro che smonta senza alcuna pietà il mito della creatività italiana. Un libro fondamentale per capire il ruolo e il potenziale di una nuova generazione di talenti e i limiti di un sistema politico ed economico che non ha saputo valorizzarli»
Richard Florida

L’Italia sarà forse un paese di poeti e navigatori, ma proprio nell’era globale del talento il suo ruolo nella competizione internazionale si è fatto sempre più marginale. Quali sono le ragioni del declino di una nazione che si è sempre vantata della sua naturale indole creativa?

Irene Tinagli, giovane e brillante osservatrice delle dinamiche dell’innovazione economica, racconta in questo libro il fallimento delle politiche che avrebbero dovuto motivare l’elemento chiave di ogni processo creativo: gli individui. Perché in Italia ci sono oltre quattro milioni di persone che lavorano in settori strategici come la medicina, l’ingegneria, il design, la moda.

Protagonisti di piccoli o grandi gesti creativi che non sono stati ancora riconosciuti dalle università e dalle imprese, dalle comunità sociali e dalla politica.





Talento da svendere

Perché in Italia il talento non riesce a prendere il volo

di Irene Tinagli

Einaudi, collana Gli Struzzi
2008, 191 p., brossura
€ 14,50

compralo su Ibs

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Intervista a ISSNAF Magazine (The Italian Scientists and Scholars in North America Foundation)
ISSNAF Magazine (The Italian Scientists and Scholars in North America Foundation ),08/01/09

di Lapo Morgantini

Irene is a PhD candidate at Carnegie Mellon University. She works with professor Richard Florida, who currently works at Rotman Business School and  is the author of the best seller "The rise of the Creative Class," widely known for his ideas on economic competitiveness, demographic trends, and cultural and technological innovation. Irene Tinagli has recently published a very successful book, "Talento da svendere" (2008), in Italy and has frequently written for Italian magazines and newspapers. Tinagli's research is focused on the concept of innovation in social contexts, cities and regions.

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Il tuo libro sta avendo molto successo sia con gli italiani in Italia sia con quelli all’estero ("Vespa? Faletti? Per Londra è molto meglio Irene Tinagli", La Stampa). Come è nato il progetto del libro?

E’ successo quasi per caso. Da anni lavoro con Richard Florida e volevo applicare e testare le sue idee in Italia e in Europa. Già in America ho lavorato molto su questi temi e ho portato avanti diversi progetti di ricerca, perché sono le realtà che mi interessano di più studiare. Volevo dare un quadro generale della situazione anche in Italia, volevo raccontare a chi queste cose non le ha mai sentite.
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La grande risorsa di Roma: investire nel talento
Corriere della Sera, di Irene Tinagli e Richard Florida, 5 febbraio 2006

Aprirsi per attirare giovani dal mondo, sostenere la sua ricchezza culturale



Un articolo recentemente apparso nelle pagine di questo giornale (7 gennaio 2006) ha già presentato e discusso i principali risultati ottenuti da Roma sui vari indicatori, sottolineando in particolare come Roma sia la città con la più alta concentrazione di «creativi» del Paese, nonché la città con i maggiori livelli di capitale umano e di diversità culturale. Vorremmo quindi cogliere l’occasione per discutere aspetti emersi dalla nostra ricerca che vanno oltre i meri risultati numerici.

Il lavoro di analisi e di ricerca che abbiamo condotto in Italia e che è descritto nel Report «L’Italia nell’Era Creativa» ci ha dato modo di osservare le città italiane attraverso un framework che va oltre i soliti indicatori economici ed include dimensioni come il potenziale tecnologico, innovativo, creativo e sociale; elementi riassunti nel modello delle 3T di Talento, Tecnologia e Tolleranza.

Uno degli elementi di maggior interesse è la constatazione che non esiste un unico modello di sviluppo unico per la crescita delle città, e soprattutto che il modello che a lungo ha permeato le politiche di sviluppo locale oggi non sembra tenere molto bene. Il modello «classico» si basava sull’assunto che l’unica cosa in grado di far crescere una città fosse la sua industriosità intesa spesso come sinonimo di industrialità. Secondo questo approccio sono solo le attività industriali, materiali, la produzione, la fabbrica, che tengono in piedi una città, tutto il resto sono attività parassite che mangiano le risorse create dal tessuto produttivo.

Questo modello di sviluppo ha senz’altro aiutato a crescere e ad arricchire molte città nell’era industriale, tuttavia non sempre ha aiutato questi luoghi a sviluppare una propria identità, un’anima che fosse indipendente «dalla fabbrica» e che consentisse a questi centri di ricrearsi e di proposperare attraverso le profonde trasformazioni economiche e sociali avvenute degli ultimi decenni. Per questo non tutte le città con grandi passati industriali sono riuscite amantenersi centri importanti e vivaci nell’economia di oggi. Ci sono città con un passato industriale che hanno saputo utilizzare le risorse economiche ed imprenditoriali in modo flessibile per transitare verso nuove forme socio-economiche, città che invece hanno saputo far leva su altre fondamentali risorse, come l’esistenza di poli universitari importanti o centri di ricerca specializzati (vedi Austin o Seattle), bellezze naturali oppure forti attività di intrattenimento (come Orlando o Las Vegas).

La vitalità e le potenzialità registrate oggi da Roma, che non ha avuto e non ha una struttura industriale così pervasiva come altre grandi città italiane, ci danno un’importante conferma dei risultati che avevamo già avuto modo di osservare in contesti stranieri.

A tal proposito è importante anche ricordare che una presenza più debole di industria tradizionale non significa necessariamente dover contare o puntare solo su attività immateriali o sui servizi. «Economia creativa» significa anche saper sviluppare attività industriali e produttive di tipo completamente nuovo, in cui creatività e innovazione hanno ruoli chiave. Non bisogna infatti dimenticare che tra le industrie emergenti e più profittevoli nell’economia mondiale di oggi vi sono l’industria dei videogiochi, quella delle produzioni multimediali, del design, dell’intrattenimento, e altre simili. Questi sono settori in cui sono necessarie: creatività, tecnologie avanzatissime, forti e innovative competenze manageriali, e soprattutto una capacità di pensare e guardare al mercato in ottica internazionale e globale. Da questo punto di vista Roma ha importanti potenzialità. Roma infatti ha una ricchezza enorme che va oltre i suoi centri politici e amministrativi, e va anche oltre i suoi tesori di inestimabile valore storico, artistico ed estetico. Roma ha un patrimonio importante nelle sue Università, nei suoi numerosi centri di ricerca, nelle sue associazioni culturali, nelle iniziative che ogni giorno movimentano le sue strade e i suoi quartieri, nella diversità delle persone e delle culture che riempiono i suoi antichi palazzi e le sue piazze di vita e di fermento, di idee, di attività nuove. Prendersi cura della vitalità e della diversità di queste inziative è importante quanto prendersi cura delle strade e dei palazzi, perché è l’interazione delle infrastrutture fisiche e di quelle umane che crea l’atmosfera e la magia di una grande città come Roma, e che pone le basi per lo sviluppo di attività economiche innovative e competitive a livello internazionale.

Per poter coltivare ed accrescere questo potenziale Roma ha bisogno di rafforzare ulteriormente le sue basi di capitale umano, soprattutto la sua capacità di aprirsi per attrarre ed integrare giovani talenti da tutto il mondo. I dati mostrano infatti che, nonostante Roma sia tra le migliori posizionate in Italia, i suoi risultati sul fronte internazionale non sono ancora allineati con quelli di altre grandi città come Londra, Parigi, Amsterdam, o New York, città con le quali Roma può e deve competere.

E sarà fondamentale il ruolo di una molteplicità di soggetti, ciascuno dei quali dovrà fare la propria parte con coraggio e responsabilità: non solo l’amministrazione comunale,ma anche le imprese, il sistema finanziario, che può e deve supportare con maggior vigore attività innovative, le università, che sono molto in ritardo nel processo d’internazionalizzazione, e infine il governo centrale, che dovrà affiancare le città italiane (non solo Roma) in una sfida importante per tutto il Paese.

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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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