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Agenda Digitale? Qualche idea dal Brasile
Pubblicato su Wired di Marzo 2012

[...] Il Governo Italiano ha recentemente annunciato la definzione di un’Agenda Digitale per l’Italia che includa temi come open data, e-government, innovazione sociale. Per un paese come il nostro, periodicamente arenato sulla “legge bavaglio”, abituato a considerare la banda larga un accessorio e internet quasi uno strumento pericoloso, e dove molti sembrano rimpiangere l’uso dell’abbecedario a scuola, tutto questo puo’ sembrare un miraggio, ma non lo e’. E non deve esserlo. Perche’ la tecnologia, l’innovazione, non sono ne’ intrínsecamente buone ne’ cattive: sono strumenti, opportunita’. Possono aiutarci enormemente ad alleviare emarginazione, a lottare contro la corruzione e l’evasione, a garantire trasparenza e informazione, contrinuendo quindi a rendere la societa’ piu’ equa e partecipativa. Dipende da noi. La sfida e’ grande, ma anche la posta in gioco lo e’. E quindi e’ doveroso provarci.
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Se l'Europa non pensa al futuro
La Stampa, 6 Gennaio 2012

Il 2012 dovrà essere l’anno dei giovani. Dovrà esserlo per forza, perché non è più tollerabile che Paesi che si sciacquano tanto la bocca con parole come crescita e futuro accettino in silenzio milioni di giovani sempre più soli, senza lavoro, senza protezioni sociali né prospettive. In Italia la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni ha oltrepassato il 30%. E anche se i sindacati gridano all’emergenza licenziamenti e disoccupazione complessiva, non è così: il problema sta nella fascia giovanile. Il tasso di disoccupazione degli adulti è più o meno lo stesso di un anno fa. Quello dei giovani in un solo anno è passato dal 26% al 30%. Prima della crisi era al 20%. E spesso non si è trattato nemmeno di licenziamenti, perché la maggior parte di questi giovani non hanno mai visto un contratto a tempo indeterminato, non hanno mai visto indennità di disoccupazione, cassa integrazione, né supporto per maternità o malattia. Si sono semplicemente visti chiudere progetti, scemare le commesse, non rinnovare incarichi. Nessuna violazione dello statuto dei lavoratori, niente di cui i sindacati abbiano da lamentarsi, tutto regolare. Delle specie di morti rosa, che non fanno rumore, che si consumano nel silenzio dei nuclei familiari e che non mobilitano la piazza.
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Las reformas que nadie quiere hacer
La Vanguardia, 30 Octubre 2011

Pese a los chistes, las meteduras de pata y los escándalos de Berlusconi, hasta hace poco tiempo Italia se veía como un país pese a todo sólido, capaz de garantizar una buena estabilidad económica. Muchas señales parecían confirmar esta sensación: un paro por debajo del 8%, déficit contenido, bancos bien capitalizados y un made in Italy todavía muy fuerte en el mundo. Sin embargo, estos días Italia parece ser la preocupación principal de Europa, como si pudiera convertirse en un nuevo caso griego. ¿Qué es lo que despierta tanta inquietud? ¿Qué es lo que ha cambiado? No, no ha habido ningún cambio en los datos económicos de base. Muchas py- mes aguantan, así como los ahorros de las familias, y el paro no ha estallado. ¿Entonces? El verdadero problema es que Italia es un país parado, sin empuje. Y sin crecimiento, el endeudamiento está destinado a crecer sin límite, obligando a recortes cada vez más duros, con medidas depresivas que corren el riesgo de dar lugar a un mecanismo peligroso. Esto es lo que da más miedo, porque no estamos ante un estancamiento relacionado con la crisis, sino con problemas que Italia arrastra de antes. Basta con pensar que desde la segunda mitad de los años noventa, cuando España crecía a un ritmo del 4% anual, y otros países cerca del 2,5%-3%, a Italia le costaba superar el 1,5%. No es sólo una cuestión de rigidez del mercado laboral, sino de rigidez económica y social a 360o. Italia es un país bloqueado por castas, reglas, pequeñas y grandes jaulas pensadas para proteger a los que están dentro, pero que han acabado atrapando a todo el país.
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Il cognome della madre al primo posto
La Stampa,  5/11/2010

Mentre le donne italiane sono mortificate dall’ennesimo e orgoglioso rigurgito sessista, il processo di emancipazione delle donne spagnole procede spedito. È iniziata infatti oggi la discussione parlamentare di una legge secondo cui l’ordine dei cognomi assegnati alla nascita di un bambino (in Spagna un bambino prende i cognomi di entrambi i genitori) non metterà più al primo posto quello del padre

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La Spagna sta meglio o peggio di noi?
Brutta settimana per il governo spagnolo. Prima la notizia del tasso di disoccupazione sopra il 20%. Poi il declassamento del rating da parte di Standard & Poor’s.



Ma se i giornali internazionali hanno dato più spazio al declassamento, è il dato sulla disoccupazione che ora preoccupa di più gli spagnoli e lo stesso governo. Perché contraddice quello che Zapatero ha sempre detto nei mesi scorsi e su cui ha sempre contato: ovvero che la crisi fosse in fase finale e che con il 2010 le cose sarebbero migliorate. Invece la disoccupazione non si ferma e molti economisti prevedono che resterà su questi livelli anche per tutto l’anno prossimo.
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Non perdiamo la nostra dolce vita
La Stampa,19/04/2010

Nel 2015 i «nuovi mercati», dalla Russia al Messico alla Corea, potrebbero rappresentare per il «made in Italy» un potenziale di crescita di circa 3,8 miliardi di euro. Un dato estremamente interessante, illustrato nel rapporto «Esportare la Dolce Vita» appena presentato da Confindustria in collaborazione con Prometeia e Sace. Basterebbe che l’Italia mantenesse l’attuale quota di mercato e l’espansione della classe medio-alta di questi Paesi farebbe il resto.



Certamente una buona notizia per le nostre aziende, che però dovrebbero guardare oltre i numeri e porsi qualche domanda. E’ così scontato che la quota di mercato resti la stessa? In fondo non è impensabile che in questi anni altri Paesi imparino a fare (e vendere) belle scarpe o belle borse. L’assunzione di base è che questi nuovi mercati continueranno a comprare prodotti «made in Italy» non solo e non tanto per la loro qualità, ma per l’immagine a essi associata. La famosa «dolce vita». Ed è qui che dovremmo fermarci a riflettere. Cosa significa davvero, esportare la dolce vita? Questa è la domanda da porsi e che non può essere catturata da alcune stime sull’andamento del mercato.
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I padroni del mondo
La Stampa, di Irene Tinagli, 12 luglio 2007

Con la forza della mente. Una nuova classe dirigente che ha nella creatività il suo potere
si afferma su scala globale e cresce ovunque. Non in Italia, per l’immobilismo dei politici



Illustrazione di Marco Cazzato


Mai come in quest’ultimo periodo in Italia si è parlato e si continua a parlare di classe dirigente e di leadership. Se ne discute sui giornali, alla televisione, nei sondaggi, nelle ricerche universitarie. Sembra proprio che il blocco del paese a cui stiamo assistendo sia legato solo ed esclusivamente ad una crisi della classe dirigente. O meglio, della classe politica. Perché in fondo è di questo che si scrive, dell’immobilismo che sembra aver preso i dirigenti politici: ministri, sottosegretari, capi di partito dell’uno e dell’altro schieramento. Ma non è così. Non è il paese ad essere bloccato, ma è piuttosto la sola classe politica ad essere paralizzata dal suo immobilismo e dai tentativi di superare la crisi che sta attraversando.

Se bastasse una crisi o un cambio di leadership a fermare la crescita dei paesi democratici gli Stati Uniti sarebbero sull’orlo del tracollo (Bush non è mai stato così fragile in termini di consenso interno), e l’Inghilterra sarebbe nel caos. Ma ciò non è accaduto. Non è accaduto perché in questi paesi esiste una classe dirigente che non c’entra molto con i politici, ma è fatta di persone che ogni mattina si alzano convinte di poter fare e dare il loro meglio, di poter inventare, creare, viaggiare, costruire imprese, chiudere grandi affari e svilupparne di nuovi con la sola forza delle loro menti e delle loro competenze. Si tratta di quella crescente schiera di manager, scienziati, ricercatori, artisti, amministratori delegati, banchieri, imprenditori, e molti altri «talenti creativi » che ormai lavorano su scala globale, si muovono e stringono affari, progetti e collaborazioni con i manager, gli artisti e gli scienziati dei più avanzati paesi del mondo. Sono quelli che portano davvero le loro organizzazioni e, di riflesso, i lori paesi, dentro i grandi giochi economici e culturali mondiali, quelli che spingono la frontiera del progresso, dello sviluppo e della ricchezza sempre un passo più avanti. Sono quelle persone che scelgono sempre più spesso di vivere e lavorare in posti ben precisi: Londra, Tokyo, New York, Stoccolma, Singapore, ecc.

Sono quelle persone che paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno saputo far crescere, e che invece l’Italia non ha saputo coltivare e fa fatica ad attrarre.

La chiusura di molti settori e la pervasività di logiche politiche in ambiti che vanno ben oltre quelli propri della politica ha impedito la formazione e la maturazione anche da noi di una solida e consistente «classe creativa », davvero globale e dinamica.

Tuttavia in Italia si tende a credere che questa mancanza sia causata da una sorta di ritrosia o incapacità dei reali o potenziali «talenti creativi globali» a prendere le redini, a tenere a cuore le sorti del nostro paese. Si cita spesso un loro presunto disinteresse verso l’interesse collettivo e la mancanza di un vero «orgoglio nazionale» (come ha sostenuto Padoa Schioppa in una recente intervista).

E qui si commette un errore. Innanzitutto non è vero che queste persone non abbiano senso dell’interesse collettivo; la loro visione di cosa esso sia può non coincidere con quella di Prodi o Berlusconi, ma non significa che sia assente. Per loro l’interesse collettivo è proiettato in una dimensione piu ampia, globale come le loro vite ed il loro lavoro; una concezione nuova e diversa degli interessi sociali, che taglia trasversalmente i talenti e i creativi di tutto il mondo. A loro non interessa la sopravvivenza politica di un ministro, l’oscuramento di Retequattro, o la possibilità di mantenere in mani nazionali una banca o una compagnia aerea. Ciò che davvero interessa è la competizione globale, il funzionamento dei mercati internazionali, la libertà di espressione, i diritti civili, il global warming, le emergenze sanitarie mondiali.

Come notava tempo fa il settimanale Business Week, siamo di fronte a persone che manifestano interessi più globali, più ambiziosi e soprattutto che cercano di darsi da fare in modo più diretto, meno formalizzato: aggirano governi e burocrazie, creano le loro stesse società e fondazioni, cercano un impatto concreto, piccolo o grande che sia. Insomma, hanno una visione meno istituzionalizzata, più informale e soprattutto più globale dei problemi sociali. Si può dire qualsiasi cosa di loro, ci si può rammaricare che non si iscrivano ai partiti o ai sindacati, ma di certo non ha molto senso l’accusa di non avere senso dell’interesse collettivo.

È questo il punto: se si riuscisse a cogliere questa dimensione di questi «talenti globali» forse si capirebbe che non è l’identità nazionale che li motiva. Perché i nuovi talenti globali non vivono e lavorano in un determinato paese perché si sentono orgogliosi di esserne cittadini, si sentono però legati ad un paese che consente loro di lavorare bene, in libertà, che dà loro gli strumenti educativi, culturali, organizzativi e istituzionali per poter costruire qualcosa basandosi sulle proprie forze. È un legame che non c’entra molto con l’orgoglio nazionale, ma ha a che fare con il peso delle scelte e del rispetto verso il proprio paese. La grande ricchezza degli Stati Uniti, per esempio, viene da una classe di «dirigenti» e creativi nati altrove, che non si identificano con i Founding Fathers, né tantomeno con Clinton o Bush, ma nutrono un profondo rispetto verso un paese che ha dato loro un’opportunità e che loro hanno scelto e continuano a scegliere ogni giorno.

Il problema maggiore dell’Italia e della sua classe politica non è scegliere il prossimo leader o nuovi dirigenti di partito, ma creare le condizioni per farsi scegliere da queste nuove generazioni. Imparare a motivarle e dar loro l’opportunità di misurarsi con qualcosa di nuovo e di più grande dell’Italia stessa.

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About me
Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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