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Nuove regole per vivere senza posto fisso

La Stampa, 3 Febbraio 2012

Larealta’ e’ questa: in Italia ci sono oltre 10 milioni di persone, tra cuimoltissimi giovani, che vivono situazioni di lavoro inesistenti oppureestremamente precarie. E per precarie, sia ben inteso, non si intendesemplicemente un contratto a tempo determinato, ma si intende una posizione dilavoro in cui non si ha alcuna forma di tutela, dove non ci si puo’ permetteredi ammalarsi ne’ tantomeno una gravidanza, dove non ci sono ferie pagate ne’indennita’ di fine rapporto e dove, come nel caso nelle migliaia di personecostrette ad aprirsi una partita iva pur non essendo professionisti, bisognaanche pagarsi da soli i contributi che normalmente paga il datore di lavoro.Per queste persone il miraggio non e’ tanto il posto fisso, ma condizioni dilavoro degne di questo nome, e un qualche supporto che le aiuti quando uncontratto finisce e hanno bisogno di tempo o di nuova formazione per trovarneun altro. Milioni di giovani di fatto chiedono questo. Quello che gia’ hannogran parte dei loro coetanei nel resto d’Europa.

Difronte a questa realta’ possiamo fare due cose. Possiamo dire a questi giovaniche non devono stare a guardare questi “dettagli”, ma che devono aspettare epuntare al posto fisso, come i loro nonni e i loro padri, perche’ quando ce lo avrannovivranno felici e protetti per il resto dei loro giorni. Poco importa se lacompetizione internazionale ha reso i mercati talmente instabili che le aziendenon assumono piu’ con contratti fissi. Poco importa se quel posto arrivera’ traventi anni o forse mai. L’importante e’ tenere vivo l’obiettivo. Nel frattempoalle aziende che non riescono a sopravvivere offrendo contratti vecchio stamposi concede una serie di possibilita’ contrattualistiche ad altissima“deregolamentazione”. In questo modo le aziende sono piu’ o meno contente, isindacati pure. I giovani un po’ meno, ma pazienza. Gli resta comunque il sognodi entrare prima o poi a far parte dei lavoratori “veri”.

Oppurepossiamo dire a questi giovani che, viste le turbolenze economiche attuali econ aziende che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, sara’ sempre piu’difficile avere un posto che duri tutta la vita. Che se continua cosi’ siritroveranno in milioni a scannarsi per poche migliaia di posti che arriverannoquando saranno impoveriti e stremati. E possiamo quindi provare a renderequesto percorso meno logorante. Da un lato, cercando di stimolare le imprese adassumere, allentando le incertezze piu’ gravose (come quelle delle cause dilavoro per reintegro che durano anni), alleggerendo la burocrazia e provando arilanciare un po’ di investimenti. Dall’altro lato creando per questi giovanilavoratori, col coinvolgimento di stato e aziende, nuove reti di sicurezza chein caso di malattia, gravidanza o ricerca di nuovo lavoro, non li lascino solicon la promessa che “quando avranno il posto fisso sara’ tutto diverso”.

Laprima strada e’ quella che abbiamo perseguito sino ad oggi. La seconda e’quella che il governo Monti dice di voler intraprendere. Si puo’ certamentediscutere sui bei tempi che furono, e, piu’ seriamente, sugli strumenti cheverranno adottati e sul come implementarli. Ma non si puo’ dire che cercare diriformare un mercato del lavoro e del welfare squilibrato come il nostro sia sbagliato.Perche’ l’obiettivo, almeno per come e’ stato presentato fino ad oggi da Montie da Fornero, non e’ smantellare un sistema di tutele, ma  ridisegnarle per fare in modo che milioni di personeche oggi hanno poco lavoro e zero protezioni, possano finalmente ritrovare unpo’ di speranza. Non ci dimentichiamo che oggi, al di la’ dei due milioni eduecentoquarantamila disoccupati, piu’ della meta’ dei lavoratori italiani non e’protetta ne’ dall’articolo 18 ne’, molto spesso, da forme di tutela assai piu’basilari: quattro milioni e centomila dipendenti di imprese con meno di 15addetti, un milione e mezzo di collaboratori autonomi tipo cocopro, un milionee mezzo di interinali o con contratti a termine, mezzo milione di stagist, unmilione di collaboratori domenstici, e due milioni e mezzo di irregolari. Pernon contare la marea di partite IVA che di fatto operano come lavoratori dipendenti.E’ chiaro che ridisegnare un sistema in questo senso chiama in causa tutti: leaziende – che non potranno piu’ avere l’alibi di regole troppo rigide perandare a questuare sussidi allo Stato; i sindacati - che dovranno trovare unmodo di fare lotta sindacale incentrato sulla persona, la sua formazione e crescitapiu’ che sul posto di lavoro; e infine lo Stato - che dovra’ garantire formazionee servizi efficienti e vigilare sul funzionamento del mercato. Certamentequesto ridisegno richiede estrema cura, per evitare gli errori e le distorsionidelle riforme passate. Ma e’ proprio questa cura e questo concorso di forze chesono necessarie per ridare a tante persone una serenita’ che un tempo venivatrovata da molti nel lavoro fisso ma che oggi ha bisogno di nuovi strumenti peressere raggiunta da tutti. 


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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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