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L'eredita' di un epoca
La Stampa, 30 Luglio 2011

L’annuncio di oggi non fa che certificare una fine ormai annunciata da tempo: la fine dell’era Zapatero.
Una stagione caratterizzata da grandi estremi, apertasi con celebrazioni entusiaste in tutta Europa, che sembravano fare di Zapatero il modello di riferimento della sinistra europea, e che ora si chiude tra profonde polemiche, accuse durissime e prese di distanza.
Le celebrazioni del primo mandato erano legate ad una crescita economica tra le più sostenute d’Europa, che per anni ha registrato ritmi doppi o tripli della nostra, assieme ad un ragguardevole aumento dell’occupazione. Dopo gli Anni Novanta, in cui la disoccupazione superava spesso il 20%, con Zapatero arrivò al 7,5% del 2006. Nei primi tre anni del suo mandato la Spagna vide la creazione di quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro.

Una «espansione di carta», denunciano oggi i suoi detrattori, visto che, dopo il ciclone della crisi economia globale, la Spagna si ritrova con una disoccupazione nuovamente sopra al 20% e una disoccupazione giovanile al 44%. Per non parlare del fatto che con la crisi le misure sociali sono divenute più pesanti sul bilancio dello Stato, facendo schizzare il deficit al 6,5% del Pil. Una performance che ha certamente ammutolito i sostenitori delle politiche zapateriane degli anni passati e scatenato le accuse e le rivendicazioni dei suoi detrattori.
Come spesso accade in queste circostanze entrambe le prospettive - quella entusiasta degli inizi e quella accusatoria degli ultimi tempi - sono parziali e fuorvianti, perché omettono aspetti importanti che non rendono giustizia a ciò che è accaduto in Spagna negli ultimi dieci anni.

Gli osannatori si erano scordati che Zapatero aveva ereditato da Aznar un Paese con un’economia già molto ristrutturata, con occupazione in crescita e conti pubblici sotto controllo (anche per la Spagna l’entrata nell’euro aveva implicato politiche di bilancio rigorose), e si erano scordati di guardare dentro alla crescita, e rendersi conto di quanto questa fosse trainata da settori molto tradizionali e da una bolla edilizia che aveva generato occupazione di scarsa qualità, esposto banche e aziende e aumentato l’indebitamento delle famiglie.

Tuttavia è incorretto ed ingeneroso limitare l’analisi del miracolo spagnolo ad una mera bolla speculativa che si è interamente bruciata negli ultimi anni, mangiandosi tutto ciò che era stato creato. Nel periodo di espansione il Paese è stato dotato di una efficiente rete infrastrutturale, di città moderne e funzionali, di un’offerta turistica e culturale che hanno fatto divenire la Spagna la quarta meta turistica del mondo dopo colossi come Francia, Stati Uniti e Cina. La crescita non è stata investita solo in ammodernamento infrastrutturale, ma in politiche sociali che vanno dall’aumento del salario minimo agli investimenti in istruzione e ricerca, fino alla lotta alla violenza domestica e alle discriminazioni contro gli omosessuali.

Politiche molto criticate ma che hanno avuto risultati importanti. L’indice di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi si è ridotto significativamente e anche sul fronte dell’emancipazione delle donne e della lotta alle discriminazioni sono stati fatti passi avanti.

Nei primi quattro anni dall’introduzione della legge contro la violenza sulle donne sono aumentate le denunce, le condanne (quasi centomila dal 2004 alla fine del 2008) e, soprattutto sono calate le morti per violenza domestica (quasi dimezzate tra il 2008 e il 2009). E, nonostante gli scetticismi iniziali, il matrimonio gay oggi è visto positivamente dalla maggioranza degli spagnoli, tant’è vero che anche il candidato del partito popolare ha dichiarato che non abrogherà la legge in caso di vittoria elettorale.

Anche gli investimenti in ricerca e sviluppo, raddoppiati dal 2004 al 2010, stanno dando i primi frutti: secondo la Royal Society inglese, la Spagna è entrata tra i primi dieci Paesi del mondo per citazioni scientifiche. Varie università e business schools spagnole occupano posizioni di rilievo nei ranking internazionali e, soprattutto, sono piene di docenti e ricercatori stranieri: oggi il 20% dei ricercatori presenti in Spagna è straniero.

Certamente questi investimenti sul fronte sociale, della ricerca e dell’innovazione non sono bastati ad arginare l’emorragia occupazionale e l’aumento del deficit, né serviranno a bloccare gli attacchi speculativi che stanno prendendo di mira la Penisola iberica. Tuttavia sarebbe un errore ignorare le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato non solo l’economia, ma anche le città, le comunità e la società spagnola. Nonostante le difficoltà macroeconomiche e le molte riforme ancora da portare avanti, la Spagna di oggi non è certo quella di otto anni fa. E c’è da sperare che chiunque vinca le prossime elezioni non disperda i progressi di ammodernamento sociale del Paese che la Spagna ha costruito e di cui avrà bisogno più che mai in futuro.


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permalink | inviato da Irene Tinagli il 18/8/2011 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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