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Il recupero dell'identità americana
La stampa, 23/03/2010

L’approvazione della riforma sanitaria non è solo un’importante vittoria politica per un Obama un po’ indebolito dalla crisi economica. È un passo importante verso la costruzione di quella nuova America che Obama aveva in mente quando si è candidato alla Casa Bianca.



È una riforma che non tocca solo la sanità, ma tutta la società americana, ed è coerente con altre misure prese in questo anno di mandato, dal raddoppio degli investimenti nell’istruzione primaria alla recente riforma dei programmi scolastici. L’obiettivo di Obama non è, come gridano allarmati alcuni repubblicani, quello di fare un’America socialista ed egualitaria, ma di farla tornare ad essere una terra di opportunità per tutti, un Paese in cui il sogno americano torni ad essere possibile. Perché negli ultimi quindici anni l’America ha fatto, sì, un grande balzo in avanti, cavalcando la straordinaria rivoluzione tecnologica e scientifica partita negli Anni Ottanta, e riuscendo ad attrarre, motivare e premiare i talenti più brillanti da ogni angolo del mondo. Ma in questa enorme rincorsa ne ha lasciati moltissimi indietro. Tanti, troppi.

I 46 milioni di cittadini senza assicurazione medica con cui l’America si trova a fare i conti oggi (una cifra spaventosa pari quasi al 15% dell’intera popolazione) non sono vagabondi, alcolizzati o incapaci; sono per lo più cittadini normali, con un lavoro e una famiglia. Secondo un rapporto rilasciato l’anno scorso dalla Kaiser Family Foundation, il 70% dei non assicurati vive in famiglie in cui almeno un componente ha un lavoro full time. E, dato ancora più sconcertante, il 40% dei non assicurati sono ragazzi tra i 19 e i 29 anni.

Se questi giovani non hanno neppure i soldi per badare alla loro salute, come potranno avere le risorse necessarie per istruirsi e costruirsi un futuro? Tutto questo mina pesantemente le basi della mobilità sociale degli Stati Uniti, trasformando il sogno americano in un miraggio sempre più sfocato. I dati di numerosi studi lo confermano. La mobilità intergenerazionale dei redditi negli Stati Uniti è una delle più basse del mondo occidentale: quasi il 50% del differenziale dei redditi dei genitori si trasmette ai figli, ovvero chi nasce ricco ha alte probabilità di restare ricco, mentre chi nasce povero resta povero. Questo problema è rimasto a lungo ignorato, messo in ombra dalle straordinarie storie di giovani divenuti all’improvviso imprenditori di successo planetario.

Queste storie hanno continuato a proiettare ovunque l’immagine di un’America piena di opportunità, capace di riconoscere e valorizzare meriti e competenze. Sì, ma i talenti e le competenze di chi? A guardare bene i protagonisti di queste storie di successo erano giovani come Steve Jobs o Bill Gates, provenienti da famiglie benestanti che fondavano le loro imprese mentre erano ad Harvard o in altre prestigiose istituzioni. E lo stesso per i numerosi talenti stranieri che negli Usa hanno costruito imperi economici. Tutti giovani che negli Stati Uniti hanno trovato opportunità straordinarie, ma che non vi sono approdati con la valigia di cartone, bensì per ottenere un Master a Carnegie Mellon, come Vinod Khosla, indiano, cofondatore di Sun Microsystem, o un PhD in Informatica a Stanford, come il russo Sergey Brin, cofondatore di Google, o come Sabeer Bathia, altro indiano, cofondatore di Hotmail. Nel frattempo per milioni di ragazzini nati e cresciuti negli Stati Uniti l’Università, quella di qualità, è divenuta sempre più irraggiungibile.

Non è un caso se Bill Gates e altri imprenditori dei settori high tech stanno facendo pressione sul Congresso per aumentare l’ingresso nel Paese di studenti stranieri perché i giovani americani rinunciano o non riescono ad arrivare alle prestigiose lauree di cui loro sono continuamente in cerca. Questo fenomeno non solo potrebbe avere conseguenze enormi sulla capacità innovativa e competitiva futura degli Stati Uniti, ma sul tessuto sociale del paese e sul senso di appartenenza dei suoi cittadini. Perché se l’America perde la mobilità sociale, i suoi cittadini perderanno quel senso di possibilità, di fiducia ed identificazione nelle istituzioni che è sempre stata la grande forza degli Stati Uniti.

Obama lo sa e ha capito che la mobilità sociale è una medaglia a due facce: da un lato il riconoscimento dell’eccellenza, ma dall’altro l’accesso alle opportunità per sviluppare questa eccellenza. Gli Stati Uniti negli ultimi quindici anni si sono preoccupati molto del primo aspetto, ma poco del secondo, col rischio di perdere la loro vera essenza di «terra di opportunità per tutti». Riuscire a bilanciare queste due anime non sarà facile, ma è la sfida che gli Stati Uniti dovranno affrontare se vorranno continuare a crescere e a far sognare nuove generazioni di americani.

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Irene Tinagli is a assistant professor at the University Carlos III in Madrid, where she teaches Management and Organizations and conducts research on innovation policies and regional development.

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